Il secolo lungo della piazza di Faenza

Il novecento per la Piazza di Faenza è stato un secolo lungo. Iniziato con il preludio di una carica del reggimento di cavalleria contro donne e bambini che manifestavano chiedendo pane e lavoro, furono approvati, dopo il 1920, progetti di ristrutturazione che avrebbero portato all’abbattimento del colonnato nel Palazzo del Podestà, sono seguite le devastazioni della guerra con la grande ferita della torre abbattuta e ci sono stati i decenni del dominio delle automobili che avevano trasformato la piazza in una area di sosta e di passaggio dei flussi di traffico stravolgendone il valore di incontro e di luogo cruciale della socialità.
Del resto è ormai un secolo che – come ha ricordato Mario Isnenghi nel volume L’Italia in Piazza (Mondadori, 1994) – architetti, urbanisti e storici della città parlano della morte della piazza. Causa di questa fine, ritenuta inesorabile a non lunga scadenza, sarebbe la perdita di quelle condizioni e funzioni che per secoli avevano reso la piazza il centro vitale della città storica. La modernità porta alle immense periferie urbane e sostituisce la piazza con luoghi di aggregazione virtuale, come la televisione, o con i richiami dei grandi centri commerciali. Resta la tradizione e quella lunga serie di fattori storici, urbanistici, commerciali, culturali, religiosi e letterari che mantiene le piazze come luogo cruciale della socialità urbana.
Per riconoscere la permanenza della centralità della piazza in una città come Faenza può però essere sufficiente pensare ai mercati settimanali in Emilia-Romagna. Sono più di trecento le città e i paesi della regione che hanno un loro mercato settimanale ma a parte Forlì che secondo il calendario della tradizione fa il mercato quattro volte, sono solo dieci le città in Emilia-Romagna che hanno tre mercati settimanali ed il numero, per calcolare la centralità della Piazza, diventa ancora più significativo se si calcola che molte di queste città non svolgono il loro mercato nella piazza principale.
A Faenza il mercato invece è sempre stato in Piazza, con tante figure note nella storia della città, come accadde ad Anna Zauli, chiamata la Nina Mora, «usa a seder tutto il giorno nella piazza rivenditrice di frutta». E pure in questo “secolo lungo” della piazza faentina il mercato non è sempre stato lo stesso. Con l’abbattimento del quartiere retrostante e la realizzazione della Piazza Martiri della Libertà le aree del mercato sono aumentate con la «piazza delle erbe», mentre un altro intervento realizzato in quegli anni ha invece tolto uno storico luogo di mercato. L’area del palazzo governativo, inaugurato nel 1940, era conosciuta come piazzetta della legna proprio per il mercato che in precedenza vi si faceva e che, con quella costruzione, venne praticamente soppresso.
Forse il periodo di maggior cambiamento nella piazza sono stati proprio gli anni ’30 quando – nel 1932 – venne sostituito anche il selciato passando dai vecchi tradizionali ciotoli alle mattonelle di asfalto con il caratteristico segno decorativo ideato da Domenico Rambelli.
Ma i cambiamenti della piazza nel secolo sono documentati anche dalle modifiche dei nomi. Se alla tradizionale Piazza Maggiore era stato dato il nome di Vittorio Emanuele II con una suddivisione nel lato della Piazza del duomo per ricordare il Re Umberto I ucciso a Monza un’ulteriore modifica toponomastica è avvenuta nel dopoguerra quando i nomi sono stati trasformati rispettivamente in Piazza del Popolo e in Piazza della Libertà.
La piazza nel corso del secolo ha dunque cambiato nome tre volte rispecchiando, con queste modifiche, anche la vita politica nazionale. Nella piazza, luogo di incontro, la politica è entrata anche in tanti altri modi. Ci sono stati, ad esempio, i comizi e le grandi presenze popolari. E’ difficile ricostruire le tante volte che la piazza si riempì con grandi folle, ma è certo che tra queste volte vi fu quella della visita di donna Rachele Mussolini nel 1940 per l’inaugurazione del Palazzo del Governo, con il primo comizio dopo la fine della guerra l’8 maggio 1946, con le manifestazioni degli anni sessanta per l’abolizione della mezzadria e con il comizio del 1973 per la grave crisi della fabbrica Omsa.
Per quanto riguarda gli spettacoli, se non sono mancate le liriche con Ferruccio Tagliavini l’ultimo protagonista che attirava grandi folle – almeno secondo la memoria collettiva – è stato senz’altro Stroutz Sckider, ribattezzato Stronznégar, che saliva sul campanile attraversando la piazza sospeso su un filo. Qualche anno dopo lo stesso esercizio venne fatto da un gruppo di motociclisti, ma il loro spettacolo non ebbe più grande risonanza popolare. Ed infatti a loro non venne dato nessun soprannome dialettale e non sono rimasti in quei grandi luoghi che sono la piazza e la memoria collettiva.

(Articolo scritto da Claudio Casadio in occasione della mostra nella Galleria della Molinella dedicata alle fotografie della Piazza del Popolo nel Novecento, ottobre 200).

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