Faenza nella Storia _ Cap. 4.3 Le ultime rivoluzioni fino all’annessione al Piemonte ed alla proclamazione del regno d’Italia (1846-1861)

Cap. 4.3 Le ultime rivoluzioni fino all’annessione al Piemonte ed alla proclamazione del regno d’Italia (1846-1861)

Il novello pontefice, con l’editto del perdono del 16 luglio, concedente generale amnistia a’ detenuti politici ed agli esiliati (già Vincenzo Caldesi era tornato segretamente nel ‘45, insieme co ‘l Ribotty, giungendo però quando ormai i moti erano falliti), sconcertò i papisti ed infiammò di speranza i liberali, sopra tutto i neo-guelfi, che videro in lui il sovrano preconizzato da Vincenzo Gioberti nel suo “ Primato “. Anche in Romagna e fanatici retrivi furono antipiononisti, e piononisti i liberali, ne’ quali era un gran fervore di liete visioni per l’avvenire, mentre quasi dovunque la polizia e i funzionari del governo, male adattandosi alla novella tendenza del papa, continuavano nelle persecuzioni, ed a Faenza i borghigiani si sfogavano naturalmente a gridar morte al Pio IX, per contrapposto agli evviva de’ loro avversari: onde infiammaronsi di nuovo gli animi, e nuovi eccessi diffusero il lutto e la paura. A Forlì fu ucciso un colonnello degli Svizzeri, derivandone una zuffa tra questi e i cittadini; a Cesena avvenne ugualmente un tumulto, durante il quale gli Svizzeri fecero fuoco e ferirono parecchie persone; a Bologna nell’agosto fu accoltellato un commissario di polizia; a’ primi dello stesso mese in Faenza fu ucciso un ufficiale di finanza, perché diventato liberale (cfr. TIVARONI, 275). Le condizioni dello spirito pubblico nella nostra città sono rivelate da questo bizzarro avviso, scritto in stampatello, che fu trovato affisso sui muri della piazza maggiore, in più luoghi, la mattina del 10 settembre:
“ Il tenente de’ gendarmi
che protegge i volontari
insultati a voi primari,
che vantate nobiltà,
insultanti a una città,
cada fuori pur di qua,
se non vuole andare là
dove presto o tardi va
la caduta umanità “.

Il governatore supplente Silvestro Gambi, mandato una copia di questo scritto minaccioso allegato di Ravenna, non mancava di fare malinconiche riflessioni su gli esaltati e su i liberali, che incoraggiavano il nuovo pontefice alle riforme. In quel medesimo anno, dopo essersi adoperato infaticabilmente alla difesa della pace pubblica, discendeva spontaneo dal gonfalonierato della città il benemerito liberale conte Antonio Gessi; e intanto, incoraggiati dalla perseveranza del pontefice su la via delle riforme, i liberali tentavano di conquistare un po’ di potere ne’ municipi, e nell’ottobre del ‘46 in Faenza facevano una così detta “ dimostrazione “clamorosa contro la magistratura, che aveva avuto parte nelle passate depressioni. La cittadinanza piononista era continuamente provocata dai borghigiani antipiononisti; e il prolegato, conte Alberto Lovatelli dal Corno, venuto da Ravenna Faenza, chiese invano al Comune un locale nel Borgo per istabilirvi un corpo di guardia; onde cresceva l’oltracotanza de’ reazionari. La sera dell’11 ottobre alcune fucilate partirlo dalle finestre del Borgo contro una comitiva di liberali che tornava da una scampagnata; sopraggiunti gli Svizzeri, furono anch’essi presi a fucilate dai borghigiani, e ne morì un Francesco Montanari, buon giovine che li aveva seguiti dalla città, mentre un borghigiano veniva ferito così da soccombere il giorno dopo. Questi fatti esasperarono i liberali; e la sera del 13 ottobre, mentre il gonfaloniere conte Luigi Rondinini se ne ritornava da una visita fatta al vescovo Folicaldi, e in compagnia del governatore avv. Francesco Metaxà, del conte Valerio Cantoni, capo de’ volontari famosi, e di qualcun altro, attraversava la piazza affollata, sorsero molte grida di abbasso la magistratura!, volò qualche sasso, e furonvi più tardi altre grida minacciose dinnanzi alle case degli Anziani e di noti reazionari. Accorse il dì dopo da Ravenna il prolegato, e invitò alla calma con una notificazione; poi, essendosi la magistratura dimessa (ne facevano parte, oltre che il Rondinini, Dionigi Morri, Giacomo Archi, i conti G. B. Troncossi, Carlo Zucchini, Giovanni Ferniani, e Giuseppe Ghinassi), le sostituì una commissione straordinaria provvisoria, composta dei liberali conti Rodolfo Zauoli-Naldi, Antonio Gessi, Giuseppe Rondinini, Francesco Lderchi, avv. Antonio Guidi, dottor Antonio Bucci; un corpo di Svizzeri presidiò il Borgo, e la pace, alla meglio, ritornò.

1847

Se non che i retrivi tentarono di turbarla di nuovo, al dir del Masoni (pp. 63-65), nell’estate del 1847, preparando un gran colpo. Un’arma da fuoco doveva essere sparata da uno di loro in una sera convenuta, al primo suonar dell’ora di notte, contro il corpo di guardia svizzero, situato sotto la torre di piazza, a simulare con questo il segnale d’una sommossa dei liberali; al che avrebbe seguito una generale rappresaglia per opera degli Svizzeri, de’ gendarmi e de’ finanzieri, che se ne stavan pronti con le armi alla mano. Fortuna volle che un vero e proprio colpo di pistola fosse sparato quella sera, assai prima dell’ora di notte, contro un capo de’ centurioni, seduto su la porta di casa sua, il quale ne riporto una ferita in una mano; onde una pattuglia, credendo che quello fosse il segnale stabilito, piombò nella così detta osteria di s. Giuseppe, ferendo ed uccidendo all’impazzata coloro che vi stavano pacificamente bevendo e mangiando. Ma quel contrattempo scombussolò il truce disegno degli altri, e la meditata strage generale non ebbe luogo.
Il liberalismo, ad ogni modo, faceva rapidi progressi, e Pio IX, un pò spinto da certe sue tendenze, un pò inebriato dalle acclamazioni, un pò spronato all’ambizione, con una serie di decreti introdusse ne’ suoi stati riforme tali da indurre sempre più i patriotti ad aver fede in lui, come nel liberatore d’Italia. L’accordata libertà della stampa, l’instituzione d’una Consulta di Stato e del Consiglio de’ ministri, l’abolizione dell’odioso corpo dei centurioni e la instituzione d’una novella guardia civica (della quale fu nominato capitano a Faenza il conte Francesco Laderchi) entusiasmavano l’ Italia e spaventavano l’ Austria, tanto che un corpo austriaco occupava di nuovo Ferrara, non ostante le proteste del papa e l’irritazione del re Carlo Alberto. Pavte per un momento che ciò potesse condurre ad una guerra d’indipendenza; ed in tali condizioni di spirito avvenne nel settembre del ‘47 la patriottica festa dello scambio delle bandiere fra Romagnoli e Toscani, a’ confini dei due stati (anche in Toscana il granduca Leopoldo II aveva concesse riforme liberali). La cerimonia faentina, cui parteciparono, tornati dall’esilio, i fratelli Vincenzo e Leonida Caldesi, ed il conte Raffaele Pasi, avvenne alle Balze, luogo di sacre memorie, ordinata amorosamente da don Giovanni Verità, ed ebbe carattere rivoluzionario, da che in quel giorno passò fremendo nella coscienza di tutti il sentimento della vera libertà della patria.

1848

E i tempi maturavano. Il 24 febbraio del 1848 in Francia Luigi Filippo abdicava, costrettovi dalla rivoluzione, ed era proclamata la repubblica francese; e l’incendio rivoluzionario allargatasi divampando nell’Ungheria, a Vienna, a Berlino, a Milano, a Venezia. Tali notizie produssero un gran fermento ed una lieta animazione tra i liberali in Faenza, e specialmente nel caffè Calzi, che era sotto la loggia così detta dè’ Signori, proprio nello stesso luogo dove oggi è il caffè dell’Europa. Quivi convenivano i liberali dell’elemento borghese medio e popolare insieme con i repubblicani, laddove nel caffè dell’Orfeo (che era dove oggi è la Posta) convenivano gli elementi moderati, le così dette “ autorità “, gli ufficiali, non escluso però qualche forte patriotta della nobilità dell’alta borghesia. Il conte Francesco Laderchi, per esempio, era uno di quelli che mantenevano, per così dire, il contatto tra i due caffè. Nato nel 1808 dal conte Pietro e dalla contessa Pazienza Porcia, ed educato secondo le tradizioni liberali de’ suoi congiunti (di qualcuno de’ quali, noi lo sappiamo, v’eran colpe da cancellare), Francesco Laderchi seguì co ‘l padre suo il gen. Sercognani nel ‘31, all’impresa tentata verso Roma; tornato a Faenza (mentre il conte Pietro era relegato a Casola Valsenio) ebbe parte importante ne’ moti rivoluzionari del ‘43 e del ’45, e nella sua villa a Prada si tennero convegni, notati nelle carte della polizia dall’ora; ma non persuaso dalla maturità ed opportunità de’ moti stessi, si entrasse in disparte, succedendogli pe ‘l momento, nella direzione delle conspirazioni, Stefano Foschini, uomo impari al còmpito. Ma dal ‘48 in poi, il conte Francesco Laderchi fu a capo dei rivolgimenti politici, come ora vedremo.
Nuove manifestazioni di gioia si ebbero all’annunzio che il papa aveva concesso il 14 marzo niente di meno che uno statuto constituzionale; e quando scoppiò la prima guerra dell’indipendenza italiana, alla quale fu trascinato anche il “ papa liberale “, in Faenza fu constituito un battaglione di volontari a spese degli stessi soldati, i quali, guidati dall’animoso e forte Raffaele Pasi, strapparono il consenso al governatore avv. Raffaele Cervigni, e partirono baldi e sorridenti il 27 marzo, tra le acclamazioni, gli auguri, le lacrime del popolo rinato a vita novella. Il battaglione Pasi (che si unì alle milizie del gen. Durando) raccoglieva il fiore di Faenza; v’erano Girolamo Strocchi, il conte Tampieri, i fratelli Gaetano ed Emanuele Carboni, il conte Francesco Zauoli-Naldi, il conte Achille Laderchi, i fratelli Vincenzo e Leonida Caldesi, sempre pronti e fieri di servire la causa della libertà, con il loro cugino Ludovico, Augusto Bertoni, Pietro Montanari (ancora vivente e gagliardo) e i Foschini, il Gallanti, il Gaetta, il Bonini, il Novelli, il Cattoli, etc. etc. Sono troppo noti le sorti di quella guerra; basti qui ricordare come nell’eroica difesa di Vicenza il battaglione faentino sette egregiamente fare il suo dovere, e come caddero feriti i faentini dott. Nicola Brunetti, Augusto Bertoni, Achille Querzola, che poi morì, ed altri non pochi. Il 22 giugno il battaglione Pasi rientrava in Faenza, fra gioia e dolore di accoglienze; e già fino dal 29 aprile Pio IX, accortosi del grave errore commesso co ‘l darsi al liberalismo, e dell’insanabile dissidio tra papato e libertà, si era accetto a fare a ritroso tutto il cammino percorso finora, con la famosa enciclica che solennemente ripudiata la guerra dell’Austria. Ma, come altrove, in Faenza non posano gli animi; e i Pasi, i Caldesi, i Laderchi, gli Strocchi etc. sono risoluti nel voler mantenere sul piede di guerra la guardia civica.
Intanto l’8 agosto i Bolognesi cacciavano gli Austriaci apparecchiantisi ad invadere le legazioni; nè valse che il Pepoli poi infligge l’esilio al col. Belluzzi, colpevole di patriottismo, nè che il gen. Zucchi (il valoroso liberale del ’31), comandante il presidio di Bologna, tenesse un’ambigua condotta ed ordinasse di uscire dalla città, sotto pena di arresto, a Giuseppe Garibaldi, che v’era giunto co’ suoi dalla Toscana. Garibaldi riparò in Romagna e fu accolto a Faenza (17-18 novembre) nel palazzo Tampieri, dove la milizia civica gli fece la guardia d’onore, e dov’egli ricevette affettuosamente alcuni liberali, come Vittorio Bosi, Federico Comandini, Ercole Conti, Raffaele Pasi. Una colonna di 18 faentini, agli ordini del cap. Santini, si unì al Nizzardo e lo seguì a Ravenna. Il 24 novembre, poi, il papa fuggiva a Gaeta, mentre i democratici romani formavano un governo provvisorio. Tale notizia fu accolta lietamente in Faenza, la quale aderì subito detto governo; e Ludovico Caldesi accompagnò i delegati faentini alla riunione dei rappresentanti delle società democratiche romagnole e marchigiane, tenuta in Forlì il 13 dicembre per chiedere la convocazione di quell’Assemblea Constituente, che si raccolse poi in Roma.
Già Vincenzo Caldesi, eletto deputato alla Camera l’11 decembre in luogo di Luigi Carlo Farini, si era dimesso con pubblica lettera in cui dichiarava che per la fuga del papa, mancando il governo, la Camera e il Ministero cessavano il diritto, e ritornava da quel momento al popolo l’esercizio della sovranità per mezzo della Constituente; ed ora poi lo stesso Vincenzo, Federico Comandini, Francesco Laderchi, Messi su l’avviso dal Filopanti di Bologna, riuscivano ad impedire che due reggimenti svizzeri marciassero a Gaeta, e si togliessero al governo provvisorio: e difatti furono gli Svizzeri bloccati della nostra città, mentre le campane suonavano storno, e il loro col. Kaiser fu arrestato dalle guardie civiche.
Con l’adesione spontanea ed entusiastica che tutta la Romagna diè subito al governo provvisorio di Roma, avrebbe dovuto incominciare per la nostra città un periodo di felice esistenza; invece le passioni politiche e le lotte intestine, che da lunghi anni travagliavano la Romagna, ebbero ora il loro più alto grado, per il pervertimento del principio di libertà causato dall’impreparazione del popolo all’esercizio diretto di essa, ed anche, diciamolo pure lealmente e coraggiosamente, dal tradizionale settarismo, derivante dall’accumulato odio reciproco delle fazioni, dall’ignoranza e dall’ineducazione politica. Le eccezionali circostanze in cui, dal ’15 al ‘46, erasi combattuta a Faenza la lotta contro la tirannia, avean fatto sì che ai veramente onesti e buoni del partito d’azione, quali i Caldesi, i Laderchi, Girolamo Strocchi, il Comandini, il Pasi, si fossero uniti uomini audaci, violenti, brutali, ignoranti, per i quali la libertà era sinonimo di ribellione a tutt’i costi, di vendetta contro i reazionari, di soppressione degli odiati nemici. Così spiegasi il rifiorire e l’estendersi del delitto politico, perpetrato purtroppo ora specialmente dagli elementi più torbidi del partito liberale; onde derivarono complicazioni gravi nell’ amministrazione cittadina, e crisi municipali, e il succedersi di commissioni amministrative provvisorie.

1849

Alla fine del ‘48 Faenza era, adunque, amministrata straordinariamente dal governatore di Cervia dott. Ambrogio Mariani di Lugo, buon liberale; il quale soltanto il 2 gennaio 1849 riusciva a constituire il nuovo Consiglio e ad insediare la nuova magistratura comunale, composta dei liberali conti Antonio Gessi, gonfaloniere, Domenico Zauli-Naldi, Francesco Laderchi, Raffaele Pasi, e di Ludovico Caldesi, Girolamo Strocchi, Antonio Morri e Sebastiano Rossi. Ed i nuovi eletti, che temevano le violenze, ricominciate specialmente dal giugno del ‘46, pubblicarono un manifesto, invitando alla calma ed all’ordine. Invece dal 3 all’11 gennaio accaddero fatti dolorosissimi, e delitti commessi contro uomini oscuri per irragionevole ferocia, mentre i militi della guardia civica rifuggivano dal prestar man forte al mantenimento dell’ordine, per non sentirsi dal volgo chiamar birri o spie. Vano fu un nuovo appello della magistratura al popolo, e del cap. Baldi alle guardie civiche; vano fu l’unirsi alle “ autorità “, Nel biasimo, del circolo popolare (che si intitolava “ Dio e l’Italia “, e che pure accoglieva elementi audaci), presieduto dal venerando Dionigi Strocchi; chè gli assassini non cessarono, e nuova esca al fuoco aggiunse il “ breve “ di Pio IX da Gaeta, che minacciava scomunica contro chi avesse partecipato alla elezione de’ deputati alla Constituente romana. Coral “ breve “giunse l’11 gennaio al vescovo Folicaldi, il quale prudentemente lo comunicò soltanto ai parroci; e molte coscienze ne furon turbate, tra cui quella del conte Giacomo Manzoni, lughese, pro legato di Ravenna, che abbandonò l’ufficio. Ciò non ostante le elezioni si fecero bene il 23 gennaio, e deputati di Faenza furono Vincenzo Caldesi, Raffaele Pasi, Ludovico Caldesi e Giacomo Bertoni, fratello d’Augusto. Due giorni dopo, il governo provvisorio nominava, in luogo del dimessosi Manzoni, preside o sia prefetto della provincia di Ravenna il conte Francesco Laderchi, il quale, in mezzo alla tracotanza, ai delitti, agli odi come era afflitta a què giorni la nostra città, s’era dimostrato coraggiosissimo, anzi audace, fieramente stigmatizzando i settari, che in nome della libertà ferivano ed uccidevano, e non curando le loro minacce. Agli eccessi dei settari demagoghi si univano, a turbar la quiete, le male arti de’ vecchi arnesi del governo pontificio, come un Filippo Bergamaschi, bolognese, ispettore politico a Faenza, e papalino in cuor suo; onde fu creato il primo febbraio dal governatore conte Francesco Ugolini, e per iniziativa del circolo popolare, un comitato di vigilanza su la pubblica sicurezza (Girolamo Strocchi, Federico Comandini, Girolamo Tampieri, Luigi Poggiali e dott. Giuseppe Galamini, vice presidente del circolo stesso), che dovette poi dimettersi, vedendo inefficaci i suoi sforzi.
Intanto il 9 febbraio era proclamata in Roma dall’Assemblea Constituente la repubblica romana, e ne giunse in Faenza l’annunzio la sera del giorno 11, mentre si rappresentata in teatro l’opera “ I due Foscari “. Il decreto fu letto al pubblico festante dal baritono Mauro Zacchi, vestito da doge veneto; e nel calore della dimostrazione Augusto Bertoni, inspirandosi al doge Foscari, improvviso un ardente poesia politica, declamandola da un palco di proscenio:

“ Mostra, o leon di Marco,
la tua tremenda possa,
e all’aquila rapace
strappa la polpa e l’ossa! “
. . . . . . . . .

Finito lo spettacolo, tutti si rovesciarono su la piazza, dove era già stato piantato in quel mentre l’albero della libertà, ed al suono della Carmagnola ed al canto del Ça ira fu fatto un gran falò stemmi papali abbattuti. La mattina dopo fu affisso il proclama ufficiale della magistratura, invitante a una festa cittadina intorno all’albero repubblicano; ma cotal festa fu conchiusa nel pomeriggio (quando le molte libazioni ebber finito di scaldare le fantasie) con un inconsulto atto vandalico: voglio dire l’abbruciamento di molta parte delle carte dell’archivio criminale, imposto dai violenti demagoghi (invano opponendosi gl’impiegati comunali, i quali subirono insulti e minacce), e soprattutto da coloro che, macchiati di orrendi delitti, volevano distruggere la prova delle loro colpe. “ Oh! che tempi, mentre si dovrebbe essere in tutta festa! “, scriveva il giorno seguente il governatore Ugolini al preside Laderchi, Chiedendo frattanto rumore il trasloco desiderato; ed il rumore era andato crescendo perché, proprio in quel giorno, la guardia civica, irritata dalle tante intemperanze, avea spianato i fucili, dal portico dell’ospedale dov’era il suo quartiere, contro una turba “ dimostrante “ti accoltellatori conosciuti ed impuniti, detta comunemente della macchia grande (della macchia piccola erano detti i civici, gente ardita, ma non pregiudicata per delitti). Per fortuna agli ufficiali da una parte, alcuni caporioni dall’altra, si buttarono in mezzo, e non un’arma scatto; ma rimasero accesi i rancori. Accorse allora il giorno 14 in Faenza il preside Laderchi, e tenne un nobile discorso al circolo popolare, minacciando pene severe, mentre nuove feste si celebravano in onore della repubblica, e costituivansi, per ordine del ministro dell’interno Aurelio Saffi, le commissioni provinciali per compilare gl’inventari delle proprietà de’ corpi morali e religiosi.
Ma le intemperanze settarie e le violenze e gli eccessi, che erano fatale conseguenza delle violenze reazionarie dei trent’anni precedenti, toglievano forza organica e fama alla repubblica romana, i cui reggitori onorandi agitavansi fra mille crescenti difficoltà. Al governatore Ugolini era successo in Faenza, come supplente, il faentino Giuseppe Pasini, che per la sua troppa debolezza fu sostituito a sua volta dal lughese Ambrogio Mariani; quando un proclama del ministro dell’interno Saffi, contro il rincrudirsi dei delitti di sangue in Romagna, con parole nobilissime cercava far argine a tanti mali. Il preside Laderchi riuscire a fare eseguire, nella notte 24-25 marzo, una “ retata “ di accoltellatori in Imola; ma a Faenza, dove il governatore Mariani mostravasi tutt’altro che energico, nulla di efficace e di decisivo fu possibile compiere. In tali condizioni di cose, avvennero il 18 marzo nella nostra città, applicandosi la nuova legge repubblicana su i comuni, le elezioni generali amministrative, e furono eletti 57 consiglieri delle varie gradazioni liberali, risultando la magistratura comunale composta così: Girolamo Tampieri, gonfaloniere, Sebastiano Rossi, Antonio Morri, Domenico Zauli-Naldi, Girolamo Strocchi, Carlo Spadini, dott. Giuseppe Galamini, Ludovico Calderisi e Domenico Frontali. E intanto il preside Laderchi era trasferito (forse per influenze politiche a lui contrarie) da Ravenna a Forlì, residenza più tranquilla. Il 24 aprile i Francesi del gen. Oudinot sbarcavano a Civitavecchia, e incominciava, come ognun sa, la breve ma titanica lotta di un pugno d’eroi contro le potenze reazionarie della fratricida repubblica francese, dell’Austria, della Spagna, dei Borboni di Napoli, congiurante ai lor danni. Alla difesa della repubblica romana del ‘49 parteciparono, tra gli altri, i faentini Augusto Bertoni co ‘l fratello Giacomo, Raffaele Pansi, colonnello dei 6.° reggimento di linea, i fratelli Leonida e Vincenzo Caldesi (il quale si distinse con il Cernuschi, il Cattabeni, l’Andreini nella commissione delle barricate) con il loro cugino Ludovico, che fu capitano del Trastevere. Mentre Roma si difendeva, gli Austriaci minacciavano da Ferrara; e tra il municipio di Faenza e i governatori di Imola e Castelbolognese, corsero accordi trasmessi da un Antonio Sangiorgi, detto Tugnon d’la Cocla, insieme co ‘l conte Francesco Zauli-Naldi, con Francesco Ugolini, guardia daziaria, con un Andrea Cimatti, detto Pisinino, e con altri due; ma tutti costoro furono assaliti per via da ipotetici malandrini, e il coraggioso ed onesto Sangiorgi fu morto e l’Ugolini ferito. Dinnanzi al pericolo crescente la magistratura l’8 maggio pubblica un proclama; poi nomina una commissione di difesa (Francesco Zauli-Naldi, Francesco Della Valle, Gaetano Pezzi) per il caso che gli Austriaci avanzassero; infine si mobilizza il battaglione della guardia nazionale faentina, di 356 uomini, al comando del tenente colonnello Girolamo Strocchi, e nel quale Augusto Bertoni era tenente, il conte Achille Laderchi sottotenente, Gaetano Pezzi sergente maggiore e Federico Comandini sergente furiere. L’11 maggio riunivansi in Castel s. Pietro tutte le guardie nazionali dei comuni romagnoli; ma mentre gli Austriaci entravano in Bologna, esse ripiegarono, ne’ giorni 16 e 17, su Faenza, Forlì e Rimini. Agonizzava ormai in Romagna quella repubblica che tanto aveva commosso i cuori. Da Bologna il maresciallo austriaco conte di Wimpffen indirizzava un editto agli stati romani, co ‘l quale scioglievansi la guardia civica e i Corpi Franchi, o volontari, le adunanze, associazioni politiche e circoli, e si rialzavano gli stemmi pontifici, e si sospendeva la libertà della stampa etc. Le “ autorità “repubblicani si piegano quasi dovunque come canne al vento; il solo conte Francesco Laderchi, imperterrito nella sua forte coscienza, rivolge ancora il 18 maggio un appello alla città di Forlì, prima di lasciarla dolorosamente. Ma l’ora incalza: il 18 maggio una pattuglia austriaca s’avanza fino al Paradiso, fuor della porta Imolese, e manda al gonfaloniere Tampieri l’invito di recarsi a conferire in Castelbolognese co ‘l Wimpffen; la magistratura pubblica allora un doloroso manifesto che invia alla calma dignitosa, ed il Tampieri si reca al convegno insieme con Sebastiano Rossi e con Antonio Morri. Ahimè! Il Wimpffen è inesorabile, ed impone, sotto pena di bombardamento, che si abbattono gli stemmi repubblicani; e il 18 maggio nel circolo popolare ha luogo l’ultima adunanza, convocata dal Tampieri stesso, nella quale si delibera di cedere alla forza; indi se ne manda il triste annunzio al Triumvirato in Roma, per mezzo del preside di Forlì, Laderchi, solo rimasto fermo al suo posto, nell’ecclissarsi del preside di Ravenna e del governatore di Faenza, impauriti. Piangono e fremono i patriotti al cadere degli alberi della libertà e delle simboliche aquile repubblicane, e spezzano le sciabole, smontano i fucini, seppelliscono le armi in campagna, piuttosto che consegnarle. Ed incominciata la mattina del 19 maggio, birillando il chiaro sole su l’orizzonte, il passaggio da porta Imolese a porta delle Chiavi (nel borgo d’Urbecco) di 8000 tedeschi con 32 cannoni, diretti a Forlì. Il Borgo non smentì la sua fama di quartier generale de’ reazionari, ed acclamò alle milizie straniere ed al conte di Wimpffen, a fianco del quale cavalcava in uniforme di maggiore austriaco quell’anima scellerata del rinnegato Virginio Alpi, che alle molte sue vittime liberali doveva aggiungere tra breve il concittadino Antonio Liverani, da lui brutalmente assassinato nel modo che ora diremo.
Arrestato nel ‘45, amnistiato nel ‘46, il Liverani fu nella repubblica del ‘49 nominato ispettore di polizia a Forlì, co ‘l preside conte Francesco Laderchi. Ebbe allora incarico di catturare il bestiale Alpi, che sarebbe stato preso se, non opponendosi il generoso Liverani, fosse stato incendiato, nell’aia del casino Laghi (fra Faenza e Castelbolognese), un pagliaio dentro il quale quel tristo si era nascosto. Precipitando la repubblica, il Liverani segui il Laderchi a Roma, donde fu spedito a preparare la ritirata di Garibaldi, mentre Francesi ed Austriaci invadevano il territorio nazionale. A Foligno, uscendo da una bottega di tabaccaio, il Liverani s’imbattè nell’Alpi, ivi arrivato trionfante con un distaccamento austriaco. Fu subito riconosciuto ed arrestato, e nella notte 12-13 luglio fatto salire in una carrozza, e trasportato verso Perugia. Ma giunti alla volta per Assisi, gli sgherri che lo custodivano, ordinarono al vetturino di fermarsi, discesero con la loro vittima e barbaramente la fucilarono. Il cadavere del martire fu la mattina seguente sepolto nella vicina chiesetta, detta degli Angeli. Antonio Liverani aveva soli 26 anni!
Partito da Forlì verso Roma il Laderchi, il Wimpffen invitò a nuovo colloquio in quella città la magistratura faentina, concedendo che alla soppressa guardia nazionale fosse sostituita una novella civica; ma questo tentativo abortì per la ripugnanza dei cittadini a prestar servizio sotto l’Austria, e la civica si trasformò presto in guardia municipale. Intanto cominciava la reazione: l’ex comandante della guardia nazionale Girolamo Strocchi, e gl’impiegati della polizia municipale Polidori, Mazzotti, Rivalta, Carroli, e il cancelliere del tribunale Della Valle venivano nel luglio arrestati; e i sacerdoti don Ercolani, don Donati, don Lanzoni, don Bolognini, sospetti di liberalismo, venivano confinati agli esercizi spirituali in Ravenna. Il 28, 29 e 30 settembre, nel duomo, davanti alla madonna delle Grazie, celebravasi un triduo per essere stata Faenza salvata “ da temute calamità e da frangenti civili negli andati scoinvolgimenti politici “.
“ Poveri noi! — esclamava Federico Comandini —per ora non c’è più niente da fare; torneremo a cospirare “.
La rinnovellata tirannia papale fu ora puntellata e scorretta dagli stranieri, che si divisero i rispettivi territori di occupazione, gli Austriaci dal Po fino ad Ancona, ed i francesi il resto. Il Papa avea delegato ad assumere provvisoriamente il governo in Roma i tre cardinali Vannicelli, Della Genga e Altieri (così ciecamente reazionari, che il popolo li chiamò triumvirato rosso): e co ‘l motu proprio del 12 settembre riordinava lo stato, instituendo una consulta per le finanze, i Consigli provinciali, nominati dal governo sulle liste proposte dai consigli comunali, e le amministrazioni municipali, in cui la scelta dei consiglieri dovea esser fatta da elettori aventi un determinato censo (e gli eleggibili dovevano essere di buona condotta religiosa e politica). I gonfalonieri erano nominati dal governo e gli anziani dai capi delle province, sopra terne proposte dai consigli comunali. Furono, inoltre, ristabiliti l’Inquisizione, il Vicariato e le Manimorte. A Bologna risiedette un commissario straordinario per le quatto Legazioni, e fu il giovine ed intrigante e galante prelato mons. Gaetano Bedini; ma all’amministrazione pontificia il comando militare austriaco, e spadroneggiava per modo che l’autorità del commissario, dei legati, dei governatori, dei gonfalonieri municipali, era quasi nulla e tenuta in dispregio dallo straniero dominatore. Un ferreo regime militare, insomma, sostiene ora con lo stato d’assedio, gli esili, la galera, la tortura, la fucilazione, il governo dei preti; e il 5 giugno il gen. Gorzkowski con sua solenne notificazione determina quali siano le cause d’alto tradimento da doversi giudicare dal tribunale statario, (cospirazione contro lo stato, raccolta e spedizioni d’armi e munizioni, sedizione, arruolamento illecito, resistenza alla forza pubblica) e quali da doversi giudicare da un consiglio di guerra (proclami, dimostrazioni, disobbedienze, assembramenti, adunanze, emblemi rivoluzionari).
Frattanto rappresaglie di parte, vendette, truci delitti turbavano e oscuravano gli spiriti, e bande di masnadieri e grassatori audaci (tra gli altri principalismo Stefano Pelloni, detto il Passatore) desolavano le campagne; sì che la Francia stessa consigliava insistentemente al governo pontificio amnistia, codice civile, laicità dell’amministrazione, riforme.

1850

Pio IX rientrò in Roma il 12 aprile 1850, solo quando fu sicuro che il governo francese non gl’imporrebbe patti constituzionali; ed il suo degno ministro card. Antonelli lasciò, poi, com’è risaputo, Precipitare lo Stato nella rovina e nella barbarie, e tolse perfino l’ultima larva di elezioni nei consigli comunali. Difatti co ‘l riordinamento del 24 luglio, i consiglieri erano nominati per la prima Volta dal governo, lasciandosi ad un piccolo numero di elettori scelti la cura delle elezioni ulteriori; e più tardi (modificazione del 29 aprile ’54) era devoluta al consiglio comunale, anziché convocare il collegio elettorale, la proposta di sostituire i consiglieri uscenti di carica. Insomma, il regime pontificio ritornava del tutto teocratico ed assoluto.
Ma il fuoco delle cospirazioni si riaccende negli animi oppressi, e si forma l’associazione Partito Nazionale Italiano, i cui lavori erano diretti dal comitato nazionale italiano, sedente in Londra, pubblicamente annunziatosi con proclama dell’8 settembre 1850, sottoscritto da G. Mazzini, A. Saffi, A. Saliceti, M. Montecchi e C. Agostini, segretario. Una riunione di rappresentanti di tutta la Romagna fu tenuta in quel medesimo anno all’Orestina, villa detta anche Inquisitoria, che era allora di proprietà del conte Valerio Cartoli, a poco più di tre chilometri da Faenza, nella valle del Lamone. A quella riunione di conspiratori intervenne anche Gaspare Finali di Cesena, e vi si stabilì il serio riordinamento del partito rivoluzionario; se non che, la polizia seppe poi di tale adunanza, e ne seguirono arresti, perquisizioni, precetti; tra gli altri Augusto Bertoni, Giovine patriota da noi più volte ricordato, perdette l’impiego modestissimo di protocollista comunale. Ad ogni modo constituironsi ovunque dei comitati, che corrispondessero tra loro con lettere scritte in cifre convenzionali; e Faenza, qual punto centrale di comunicazione tra Bologna e il Metauro, fu una delle prime città dove il comitato fu rincostituito, e di esso i componenti furono: il dott. Ercole Conti, l’avv. Luigi Succi, detto il gobbo (lughese), Girolamo Strocchi, Gaetano Carboni, Gaetano Brussi, Luigi Gallanti, Vittorio Bosi, Federico Comandini. Ma la conspirazione era ordinata in modo che i capi non erano in contatto diretto con la massa: questa era suddivisa in decurie (10 uomini ciascuna), aventi a capo un decurione eletto dai dieci associati; i decurioni comunicavano con i capi-sezione, e questi con un membro del comitato, uno per sezione. Faenza comprendeva appunto otto sezioni, quanti erano i membri del comitato. Sotto la direzione di costoro si riorganizzò, adunque, l’azione patriottica, alla quale (essendo esuli i compromessi della repubblica romana, e ciò è il Pasi in Piemonte e poi a Genova, Ludovico Caldesi a Genova e poi in Svizzera, Vincenzo e Leonida Caldesi in Francia e poi a Londra, Giacomo Bertoni a Nizza) parteciparono attivamente Giuseppe Minardi, il conte Girolamo Tampieri, il conte Francesco Laderchi (pecora segnata, ma non molestato apertamente), Giovanni Baccagnani, Vincenzo Ubaldini, il conte Benvenuto Pasolini Dall’Onda (che poi emigrò, e fu a Genova associato co ‘l Pasi nella disgraziata impresa industriale d’una fabbrica di spilli), Enrico Novelli, il conte Vincenzo Cattoli ed altri. Ed il comitato faentino era in corrispondenza immediata a Firenze con Antonio Martinati, a Roma con l’avv. Giuseppe Petroni, a Cesena co ‘l conte Pietro Pasolini-Zanelli etc. Ovunque si preparavano armi e munizioni, pur sotto il vigile occhio della polizia.

1851

Un rapporto del 29 aprile 1851 al delegato straordinario di Bologna indicava come dirigenti della conspirazione faentina Augusto Bertoni (già soppresso, come sappiamo, dall’impiego), il dott. Ercole Conti, Enrico Novelli, Vittorio Bosi, Antonio Boschi, Filippo Pezzi e Sante Babini; ed il Bertoni fuggì a Genova, il Novelli ed il Pezzi furono arrestati.
Eppure quanto più feroce era la repressione, più indomita era la resistenza: già fino dal 27 aprile, per protestare contro il governo, i liberali avevano smesso l’uso di fumare, e nessuno, eccetto i papalini e i Tedeschi, fu più visto co ‘l sigaro in bocca; e l’8 luglio, poi, un colpo di pistola uccideva il tenente dei gendarmi Niccola Moschini, onde i poliziotti battevano e ferivano quanti incontrassero per le vie. Di tale assassinio fu a torto incolpato il cappellaio Artidoro Branzanti di Cesena, e condannato il 25 ottobre a venti anni di galera. Un assiduo lavoro di conspirazione veniva audacemente fatto tra gli Ungheresi della guarigione austriaca, provenienti dalla milizia nazionale (honved) della domata rivoluzione ungherese, e stretti di simpatie secrete con gl’Italiani ribell.

1852

Arditissimo nel mantenere rapporti con gli Ungheresi fu il giovine faentino avv. Gaetano Brussi, che aveva combattuto a difesa di Bologna nel maggio del ’49, e che, arrestato nel 1852, sfuggì meravigliosamente ai gendarmi, riparò in casa del patriota Carlo Caldesi, e poté, poi, emigrare in Liguria, donde mantenne relazioni co ’l comitato di Romagna e con gli emissari del Mazzini. Gli Ungheresi, del resto, prestarono buoni servigi alla causa della libertà: in Ravenna, per esempio, cinque di loro riuscirono a liberare dalla prigione certo Benelli detto Veto, arrestato per tentata uccisione di un gendarme pontificio il 20 giugno, e condannato alla fucilazione, conducendolo nella pineta; donde, mercè gli aiuti di Federico Comandini e dei faentini Ercole Saviotti, Alberico Alberghi, Cesare Mammini, Michele Zambelli, poterono tutti insieme giungere a Faenza, e di qui con l’aiuto di don Giovanni Verità e d’un altro nobile sacerdote (lo scolopio Venanzio Pistrelli da Camaiore) andare a Modigliana, e poi in Toscana ed in Piemonte. Altri dieci Ungheresi disertori, usciti da Faenza il 6 ottobre, furono pur troppo arrestati su ‘l confine tosco-romagnolo, per delazione di certi preti; condotti ad Ancona, quivi furono impiccati; e ad Ancona fu trasferito, per esservi imbarcato, il reggimento cui quegli Ungheresi ed altri appartenevano. In Faenza furono arrestati, come supposti complici di tale diserzione Giovanni Contavalli ed Antonio Ancarani, che furono bastonati alla foggia austriaca, e poi condannati a sette anni di carcere; Vincenzo Cattoli, Vittorio Bosi e Luigi Caroli subirono infruttuose perquisizioni.

1853

Intanto a’ primi del gennaio 1853 una circolare del comitato di Londra inviava i liberali a tenersi pronti per un moto che avrebbe dovuto avere il suo centro in Milano; ed i capi principali, nell’imminenza dell’azione, si erano arditamente distribuiti in luoghi diversi; per esempio, Adriano Lemmi a Firenze, ed Aurelio Saffi (inutilmente ricercato in Faenza da una perquisizione in casa del conte Benvenuto Pasolini) a Bologna, insieme con gli altri due emissari mazziniani, Francesco Pigozzi e Adeodato Franceschi. Pur troppo però, dopo una febbrile attesa, i propositi di rivoluzione in Bologna ed in Romagna sfumarono alla notizia dolorosa dell’insuccesso del 6 febbraio in Milano (che tutti conoscono); ed un editto emanato il 31 maggio dall’I. R. Governo civile e militare di Bologna incolpava di alto tradimento, per aver preso parte alla conspirazione, tredici profughi o latitanti, intimando loro di presentarsi entro 90 giorni: tra essi, oltre al Saffi, al Pigozzi, al Franceschi, era il fantino su ricordato, Gaetano Brussi (soprannominato Bruto dai settari di Faenza), incolpato d’essere il capo rivoluzionario degli affigliati appartenenti alla scolaresca. A Faenza con tali notizie produssero sbigottimento commisto a propositi di vendetta. Quivi perduravano gli odî e i rancori ormai tradizionali; arresti, ingiuste condanne di galera o di morte che piombavano a caso, per opera del tribunale della sacra Consulta o dell’I. R. Tribunale statario austriaco; a centinaia, poi, contavansi le catture dette di precauzione; onde si rinfocolavano le ire tra il borgo e la città, ed una vera guerra a coltello scoppiava tra la massa popolare e l’autorità constituita. Il 27 giugno, fuori della porta Imolese, uno sconosciuto con un colpo di pistola tentava alla vita del governatore avv. Antonio Giri di Osimo, colpevole di tenere mezza Faenza in carcere precauzionale; la sera del 4 luglio era ferito mortalmente di stile il gonfaloniere conte Giuseppe Tampieri (padre di Girolamo), dicesi per ragioni non politiche, ma private, e ne moriva il 23 agosto, onde la magistratura comunale immediatamente dimettevasi (e di questo delitto si credette a torto fosse autore Giovanni Pianori, detto il Brisighellino, uomo di corrucci e di sangue, ben noto per due colpi di pistola tirati poi invano contro Napoleone III a Parigi, il 28 aprile ‘55, E che finì su la ghigliottina); e mons. Stefano Rossi, delegato apostolico di Ravenna, recatosi a Faenza in seguito a tali fatti, veniva fatto segno egli stesso a un attentato, da cui non andò immune un suo servo. Rapace e violento, mons. Rossi, non bastandogli le prigioni zeppe, domandava al card. Antonelli, segretario di stato, ed a mons. Gaspare Grassellini, succeduto in Bologna al Bedini quale commissario straordinario delle Legazioni, il grave provvedimento della deportazione in massa degli appartenenti alla “ setta demagogica “. Ed ecco tutto un raddoppiare di rigore e di persecuzioni, rivelato da una lettera a mons. Grassellini, scritta il 5 luglio dall’avv. Ambrogio Zoffoli, venuto a farla da giudice processate de’ successi ferimenti, ed anche meglio definito da un’altra lettera, Scritta nel medesimo giorno dal comandante dei gendarmi di Forlì, Luigi De Dominicis, al Grassellini stesso, la quale invocava per Faenza un “ più stretto stato d’assedio ed un comando totalmente militare “, affinché con i mezzi spediti della legge stataria si potessero far parlare i malvagi.
Frattanto il delegato apostolico mons. Rossi aveva nominata, in luogo della magistratura civica dimissionaria, una commissione municipale provvisoria, composta dei consiglieri comunali conte Antonio Gessi, Dionigi Morri e Tommaso Rinaldini; ma tutti e tre ricusarono di accettare , onde il 12 luglio arrivo a Faenza, come “ funzionario “di fiducia mandato dal Grassellini, l’avv. Luigi Maraviglia, a sostenervi il doppio ufficio di governatore e di gonfaloniere. Quasi contemporaneamente l’I. R. Governo civile e militare di Bologna mandava, come uomo adatto ad inasprire il rigore dello stato d’assedio in Faenza, il nuovo comandante, maggiore Luigi Piret, il quale con sua notificazione dell’8 luglio imponeva la sospensione di tutti i divertimenti (compreso il teatro), la chiusura di tutte le botteghe alle nove di sera, e l’obbligo, per quell’ora, di ritirarsi tutti in casa. Lo zero austro-papale fu così feroce che lo stesso Grassellini raccomandava ora moderazione, mentre a Castelbolognese era ucciso di stile l’ispettore di polizia Vincenzo Collina. Le corrispondenze epistolari de’ personaggi politici suppliscono al difetto di giornali e di cronache di quel tempo fatale, e ci rivelano le catture, le rappresaglie, le oppressioni, perfino le lotte interne per conflitto d’autorità tra il delegato apostolico Rossi ed il maggiore Piret. Dinnanzi a tale scellerata condotta de’ pontifici e degli stranieri, merita lodi ed onore quella dei magistrati cittadini di Faenza, conte Antonio Gessi, conte Domenico Zauli-Naldi, avv. Giuseppe Pasini, Carlo Spadini, Giuseppe Minardi e Cesare Tassinari, i quali, invitati a formare una commissione provvisoria comunale, dichiararono il 29 ottobre al governatore Giri (guarito dalla ferita, e ritornato in ufficio) d’esser pronti ad accettare tal carica, purché fossero rilasciati i detenuti per precauzione, fosse cambiata la bassa polizia, e fosse constituito il Consiglio comunale con cittadini da loro proposti, i quali entro 40 giorni eleggessero direttamente la vera e propria magistratura. Tali patti furono da mons. Grassellini accettati solo in parte, rifiutando egli l’elezione de’ consiglieri comunali nel modo propostogli, perché riteneva prerogativa del governo la formazione del Consiglio; ed allora quegli egregi cittadini ricusarono fermamente l’invito, e lo stesso governatore Giri dovette assumere provvisoriamente la direzione del municipio.
Una delle vittime del rincrudimento della reazione fu a Faenza il cesenate Federico Comandini, arrestato nella notte 18-19 luglio, e per ordine del maggiore Piret inviato subito a Bologna, dov’egli eroicamente subì la tortura del bastore tedesco, senza lasciarsi strappare rivelazioni alcuna, e dove il 27 luglio, temendo non riuscisse la violenza delle nuove battiture promessegli a vincere la sua forte fibra, tentò suicidarsi, segandosi le vene, per non compromettere i compagni di fede. All’indomani della cattura del Comandini fu in Faenza vero spavento; la polizia tentò di arrestare Gaetano Carboni e Silvestro Bolognini, orologiaio, ma non li trovò, perché il Bolognini aveva esultato da parecchi giorni a Genova, ove di lì a poco morì, e il Carboni, dopo essere stato qualche mese nascosto in casa de’ suoi parenti Bucci, emigrò pure a Genova. Ed intanto il 28 ottobre era trovato ippliccato all’inferriata nella sua cella, nelle carceri di s. Michele a Roma, un altro faentino, patriotta generosissimo, che ormai ben conosciamo: vò dire Augusto Bertoni, il quale, attratto da Genova nello stato pontificio, co ‘l pretesto di tentarvi un moto, dall’infamia di un Antonio Catenacci, spia pontificia, venne poi arrestato a Civitavecchia. Pare che egli si suicidasse per non correr pericolo di fare, sotto il supplizio della tortura, compromettenti rivelazioni. Oh primavera d’eroi, riparatrice e nunzia, con la salvezza del carattere e della fede, di una libertà che tosto tardi doveva sorgere nella patria nostra!
Con infame menzogna l’I. R. Governo civile militare di Bologna, rappresentato allora dal tenente generale conte Nobili, aveva con sua lettera del 17 luglio cercato di gettare su gl’inquisiti pontifici, dei quali ordinava l’arresto, o sia su ‘l Bertoni, su ‘l dott. Cinti (già emigrati ambedue fino a dal ‘51, come sappiamo), su un tal Fabbri di Medicina (già catturato a Bologna nel febbraio!), su ‘l Comandini e su ‘l predetto Bolognini, la responsabilità morale dei delitti di sangue che da anni funestavano la nostra città.

1854

A dimostrare anche meglio che fra la conspirazione politica, onde erano ricercati ed arrestati il Comandini ed i suoi amici, ed i trucidi delitti, dovuti a spirito di parte od a vendette private, non eravi nessuno alcuno, stà il fatto che l’anno 1854 fu a Faenza anche peggiore del ‘53. Il Valgimigli in certe sue note, che gli dovevano servire alla continuazione delle sue Memorie storiche, e che si conservano nella biblioteca comunale, narra come il 23 gennaio il comando austriaco pubblicasse in Faenza un avviso minacciante, se un altro delitto avvenisse e dentro le 24 ore non ne fosse denunziato il reo, un nuovo rigoroso stato d’assedio (l’editto 8 luglio ‘53, del maggiore Piret, era stato pò raddolcito il 24 luglio); e d’altro canto il diario di un curioso tipo di prete faentino, don Domenico Fossa, nel quale, dal 1849 in poi, insieme con le notizie su ‘l tempo bello o brutto, è una ridda macabra di morti e feriti per mezzo di archibugiate, coltellate, pistolettate, continua dal 3 gennaio del ‘54 a registrare attentati, ferimenti, omicidi, arresti, e narra a punto di una specie di dimostrazione militare fatta il 23 gennaio da pattuglie tedesche in tutt’i punti della città, per intimorire i cittadini. Il rigore dello stato d’assedio non era riuscito a svelare la mala pianta del delitto di sangue, chè anzi l’avea coltivata; e pure governo, Tedeschi, polizia seguitavano ciecamente nel sistema bestiale della repressione. Una lettera del maggiore De Dominicis, comandante ora la gendarmeria faentina, scritta il 22 aprile al commissario straordinario di Bologna, proponeva di portare da Faenza almeno 400 persone!

1855

Mentre così luttuosi tempi volgevano, instruivansi in Bologna il processo contro gli arrestati bolognesi e romagnoli del ’53, e con sentenza del 12 gennaio 1855, letta agl’imputati dal Consiglio di guerra dopo una sacrilega preghiera tedesca davanti ad un Cristo, erano condannate alla forca venticinque persone, tra cui Federico Comandini ed il faentino Enrico Salvatori, domiciliato in Bologna, a venti anni di galera la conspiratrice Anna Zanardi e il cervese Alfonso Perini, a dodici anni di fortezza Gaetano Farnè di Castel s. Pietro, a tre anni di carcere Gaspare Avogadri, bolognese, e ad anni due Carlo Mongardi di Medicina. Inoltre eran dichiarati rei di alto tradimento tredici contumaci, tra cui il Saffi, il Pigozzi, il Franceschi, e Gaetano Brussi di Faenza; e contr’essi il 14 marzo era comminata la pena, variante dai quindici anni di galera co’ ferri pesanti ai venti anni di fortezza pure con i ferri: nella quale ultima sentenza mancano i nomi dei profughi Adeodato Franceschi e Gaetano Brussi il primo dei quali era già morto nel ‘54 a Genova, ed il secondo così gravemente ammalato da essere creduto vicinissimo a morte. Il Brussi vive, invece, tuttora in Roma, venerando superstite d’una generazione d’eroi. Le gravi pene furono poi commutate, e Federico Comandini si ebbe sei anni di detenzione in fortezza con i ferri, il faentino Enrico Salvatori otto anni di lavori forzati con ferri pesanti. Da Bologna alcuni dei miseri prigionieri furono condotti da prima alle carceri di Civita Castellana; ed a Faenza avvenne il pietoso incontro di essi con i parenti, e con gli amici, e con i compagni di speranze e di sogni. Tra i più affettuosi che consolarono Federico Comandini e gli altri, era il faentino Matteo Liverani, che fu poi anch’egli arrestato il 25 aprile e coinvolto nel nuovo processo romagnolo in istruito per le rivelazioni ti Giuseppe signorini da Forlì, le quali avevano già dato luogo alla cattura del conte Pietro Pasolini-Zanelli a Cesena, di Pio Paracciani, Ciro Cirri e Mentore mazza di Forlì etc., condannati tutti di li a poco per alto tradimento. Il conte Pasolini-Zanelli si ebbe quindici anni, commutati in cinque, e Matteo Liverani fu condannato a morte, ma la pena gli fu commutata in otto anni.
Il 23 aprile i prigionieri di Civita Castellana furono transferiti nel forte di Paliano, a 476 m su ‘l livello del mare, nel circondario di Frosinone.

1857

Quivi, com’è ben noto, inaspriti dalle persecuzioni e dalle sevizie del nuovo comandante Trasmondo, succeduto nel 1857 al troppo umano conte Savini, tentarono il 14 marzo, insieme con gli altri detenuti, un’ardita ribellione ed una fuga che finì con una terribile zuffa tra i soldati e i prigionieri, sorpresi mentre si accingevano a scalare il muro. La lotta durò quattro ore, e vi furono parecchi morti e feriti. Fu poi instruito un processo contro i ribelli, che si risolse con la condanna a morte di Federico Comandini, Francesco Marzari di Castelbolognese, Ercole Rosselli, romano, e Antonio Bedeschi di Lugo, e con altre condanne alla galera perpetua, a rincrudimento di pena. Ma quattro esecuzioni capitali, proprio nel momento che gli sguardi di tutta Europa erano su l’Italia, e che l’aspettazione di grandi avvenimenti fremeva nel cuore di tutti, sarebbero state un grave errore; e Pio IX commutò tali pene con la galera a vita, e la galera a vista degli altri fu ridotta per alcuni a venti anni, per altri a sedici, per altri a dodici.
Il fatto di Paliano, dovuto sopra tutto all’orribile vita dei prigionieri politici, tenuti in fetide fosse, nutriti con scarso, nauseante alimento, tormentati con ferri e battiture, veniva denunciato all’Europa dal conte di Cavour, con la circolare del 1 aprile 1857; e perciò il segretario di stato card. Antonelli, per disarmare quel pertinace ministro del re Vittorio Emanuele II, che nel congresso di Parigi avea reclamato contro il malgoverno papale, ed ora rincarava la dose, indusse Pio IX ad un viaggio nelle romani, non per offrire concessioni ed amnistie, sì per avere un’accoglienza totale che dimostrasse all’Europa infondati e calunniosi i reclami della diplomazia piemontese. Così avvenne che il 4 maggio il Papa partì per le Legazioni, tra la vigile guardia dei fucili e delle baionette, e distribuì durante il viaggio qualche migliaio di scudi a santuarî, chiese e conventi, e fece grazia a qualche malfattore volgare, senza che un moto del cuore lo inducesse a pietà per tante povere vittime politiche che marciavano nelle prigioni, accolto ovunque più dalla morbosa curiosità che non dall’entusiasmo del popolo.
Già fino dal 2 maggio una deputazione faentina, composta del conte Stefano Gucci Boschi, del pittore cav. Tommaso Minardi e di Agostino Simonetti, aveva ottenuto in Roma un’udienza dal pontefice, per supplicarlo a visitare anche Faenza; e quivi appena giunse la notizia dell’ assenso di lui , la magistratura municipale (conte Rodolfo Zauoli-Naldi, gonfaloniere, dott. Federico Bucci, ing. Cesare Tassinari, Antonio Baldi, Giovanni Ghinassi, conte Scipione Pasolini-Zanelli, conte Stefano Gucci-Boschi, dott. Antonio Bucci, Vincenzo di Antonio Caldesi) nominò una commissione di ricevimento che predisponesse le feste, presieduta dallo stesso gonfaloniere (e furono chiamati a farne parte, degli anziani il Pasolini e il Tassinari, de’ consiglieri Ignazio Mengolini ed Antonio Carli Ballanti, de’ semplici cittadini il conte Domenico Zauli-Naldi ed Achille Farina, mentre rifiutavano il dott. Alfonso Testi, il conte Achille Laderchi e Giulio Guidi). Il Papa giunse a Faenza nel pomeriggio del 5 giugno, ricevuto solennemente dal vescovo e dal clero, dalla magistratura comunale, dalle “ autorità “politiche, entrando da porta delle Chiavi nel borgo d’ Urbecco, e da porta del Ponte nella città: e di queste gli furono offerte, sul un cuscino di velluto, le chiavi dorate, che anche oggi conservansi nel museo civico. Sostò sulla gradinata della cattedrale, donde benedisse il popolo, e poi entrò nella chiesa dalla quale passò direttamente nel vescovado. Una grande illuminazione del palazzo comunale, degli edifizî pubblici, delle case private, e l’accensione di fuochi artificiali su la piazza attestarono, la sera di quel giorno stesso, la gioia “ ufficiale “della città. La mattina dopo, passando per la piazza e per il corso di porta Montanara, il pontefice si recò all’ appodiato di Fognano (piccolo paese al di là di Brisighella); reduce da quella visita, rientro in città verso le una del pomeriggio, e da una finestra del vescovado, addobbata a guisa di pergamo, di nuovo diè la benedizione, sì come narra la seguente epigrafe che ivi fu posta:

PIUS IX PONT. MAX.
DE – SUGGESTO – HEIC – ERECTO
POPOLUM – CONFERTISSIMUM – EFFUSIS – GRATIIS – GESTIENTEM
INGENTES – QUE – PLAUSUS – VOCE – CONCORDI – INGEMINANTEM
BENEDICERE – DIGNATUS – EST
DIE VI IUNII – AN. MDCCCLVII.

E finalmente per il corso di porta Imolese se ne partì, dirigendosi ad Imola (Cfr. per tutto ciò, nell’Archivio comunale, gli Atti consiliarî 1856-57, N. 93 e gli Atti della magistratura, Tit. X, 1857).
Mentre il viaggio di Pio IX conchiudevasi con la visita di Bologna, Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera, G. B. Falcone, con una schiera di arditi mazziniani, sbarcavano a Sapri il 25 giugno, nella speranza di promuovere un’insurrezione nel Napoletano. Della spedizione, in cui ogni regione italiana era rappresentata, fecero parte certo Foschini di Lugo, un tal Pezzi del circondario di Faenza, ed il giovine operaio faentino Clemente Conti, già arrestato dal governo papale per delazione di quel Ciro Cirri che abbiamo ricordato di sopra, e deportato in America, e di là tornato libero a Genova. Dopo un primo scontro felice con i gendarmi borbonici, il Pisacane ed i suoi compagni sostennero un secondo combattimento a Padula, ma vi ebbero la peggio, e lasciarono su ‘l campo una quarantina tra morti e feriti; ritiratisi e riordinartisi i superstiti a Sanza, furono di nuovo assaliti, non solo dalle milizie, sì anche dai contadini de’ dintorni: e quivi Clemente Conti cadde ucciso, mentre eroicamente combatteva al fianco del Nicotera.
L’apparente torpore della Romagna in quegli anni, nei quali pareva che le città ed i popoli si fossero ormai rassegnati al triste giogo, covava i germi del prossimo riscatto. Proprio nel ‘57, mentre il Gioberti diffondeva il suo nuovo libro del “ Rinnovamento civile “, Giuseppe La Farina, Giorgio Pallavicino e Daniele Manin fondavano la famosa Società nazionale, con l’intento di propugnare e svolgere il nuovo programma giobertiano, o sia l’unità italiana da ottenersi per mezzo dell’annessione al Piemonte: al quale concetto aderiva lo stesso Giuseppe Garibaldi, sacrificando i suoi ideali repubblicani su l’altare della patria; e perfino il Mazzini, senza rinunciare a’ suoi principî, riconosceva che, scendendo dalla teoria all’azione, bisognava non ostinarsi ad imporre al popolo le dottrine repubblicane, in quei momenti ne’ quali stava per risolversi il grande problema dell’unità. Il mazzinianismo puro, adunque, si eclissava, raccogliendosi nella intransigenza di pochi; e questa nuova orientazione degli spiriti verso la realtà pratica non tardò a manifestarsi anche nella Romagna, dove Camillo Casarini, in un’adunanza tempestosissima tenuta alla pineta di Ravenna, otteneva l’adensione de’ comitati romagnoli alla Società Nazionale (Cfr. TIVARONI, VII, 202).

1859

Così avvenne che, quando stava per iscoppiare l’epica guerra del 1859, dalla Romagna partivano in gran numero i volontari per il Piemonte, reclutati dai comitati, che dividevansi allora, secondo le due teorie politiche nazionali, in lafariniani e mazziniani; e questi ultimi erano, come i lafariniani, attivissimi, essendo giunta da Londra la parola d’ordine che, se la guerra avessi avuto carattere nazionale, tutti dovevano concorrervi. Faenza diè in pochi giorni, per mezzo dei due suoi comitati, qualche centinaio di giovani, al cui arruolamento aveano cooperato i patriotti Luigi Brussi, fratello di Gaetano, Marco Ballelli, Niccola Brunetti, Benvenuto Pasolini (venuto di nascosto da Genova), Girolamo Strocchi, Achille Laderchi etc; Iiquali, d’accordo con don Giovanni Verità, diressero i partenti in Toscana, o per la via di Marradi (ed allora dovevano fare parte ad Angelo Fabbroni), o per quella di Modigliana (ed allora a tutto pensava l’infaticabile don Giovanni). Dalla Toscana, poi, per accordi già conclusi dal Verità con i patriotti fiorentini Giuseppe Dolfi, march. Ferdinando Bartolomei, barone Bettino Ricasoli, i volontari eran mandati in piemonte, o per lo sblocco di Livorno o per quello di Sarzana. Del resto, erano così maturi i tempi, e la prossima rivoluzione era talmente nel cuore di tutti, che il governo e la polizia pontificia, impotenti oramai a frenare gli entusiasmi, avevano necessariamente rallentata la loro opera di repressione. Gli arruolamenti (sebbene i comitati rimanessero scrupolosamente segreti) si facevano in pubblico; i volontari partivano per la toscana accompagnati dal popolo plaudente, dalle musiche, dalle manifestazioni di gioia e di speranza; e quando, nella nostra città, il governo tentò un atto di reazione, il popolo gli diè un ammonimento veramente solenne. Era l’11 aprile, e la prima spedizione dei volontari faentini era uscita da porta Montanara, quando le migliaia di persone che l’avevano accompagnata trovarono, nel ritorno, la porta stessa chiusa e guardata da una compagnia di Svizzeri, con la baionetta in canna. Alle proteste dei capi segui l’arresto del conte Achille Laderchi, figlio di Francesco; ed allora si vide un fatto grandioso: quelle migliaia di persone corsero ad armarsi, invasero minacciose la piazza, ottennero dalla magistratura il consentimento, nè posarono finché il conte Laderchi non fu rilasciato libero, tra le acclamazioni del popolo e le grida incessanti di viva l’Italia! abbasso il papà! I fati incalzavano. Inviato dal Cavour, venne perfino a què giorni in Romagna il profugo Gaetano Brussi, correndo pericolo di farsi acciuffare, per organizzare delle bande armati le quali ostacolassero la marcia della divisione austriaca d’Ancona verso il teatro di quella guerra che stava per iscoppiare; e fu miracolo se riuscì e salvarsi, perché un prete gli fè subito la spia, ed egli dovette nascondersi in casa di Carlo Caldesi e poi di Fabio Bellenghi. Le bande armate non poterono formarsi, perché ormai la maggior parte della gioventù era partita per il Piemonte; il comando militare austriaco, però, ebbe sentore del pericolo, e, ad evitare Faenza e Forlì, avviò le milizie lungo il litorale; se non che, la maggiore lunghezza della via, il guasto delle strade, la non causale caduta d’un ponte e la distruzione di due traghetti su ‘l Reno, fecero sì che la divisione austriaca passò il Po a Ferrara soltanto il 24 giugno, ciò è a guerra quasi finita.
Le sorti di quest’ultima determinarono, come ognun sa, le insurrezioni dell’Emilia, delle Romagne e di parte della Marca e dell’Umbria, dove i comitati lafariniani e mazziniani avevano mantenuta viva l’agitazione. Faenza era occupata da tre compagnie di pontifici, che avevano il loro quartiere in s. Francesco; ma era in comunicazione diretta e libera con Modigliana, la quale, essendo stato fino dal 27 aprile aprile congedato da Firenze il granduca Leopoldo II, si offriva a Faenza qual porto di sicurezza e quale esempio permanente a scuotere il giogo. Le notizie della guerra, accolte con giubilo dalla popolazione, aumentarono via via il fermento; e quando, per il tramite della Toscana, si seppe della vittoria di Magenta, e si ebbe sentore che a Bologna preparavasi la cacciata de’ pontifici, i comitati faentini deliberarono d’agire. La mattina del 12 giugno venne la novella che gli Austriaci avevano incominciato ad abbandonare Bologna; e già fino dal giorno innanzi la magistratura municipale (conte Francesco Zauli-Naldi, gonfaloniere, conti Carlo Pasi-Piani, Stefano Gucci-Boschi, Giuseppe Zucchini, dottori Antonio e Federico Bucci, dott. Alfonso Testi, Antonio Baldi, Giovanni Ghinassi), aveva spedito un corriere a Bologna per sapere che cosa avesse deciso quel municipio, essendo Faenza pronta ad insorgere non appena fosse insorta quella città. La sera di quel giorno stesso centinaia di fucili erano stati raccolti nel caffè Europa, e centinaia di giovani eran pronti a servirsene; quand’ecco arrivare sur un biroccino lanciato a gran corsa (e il cavallo, fermandosi dinnanzi all’ Albergo della Corona, stramazzò al suolo, morto su’l colpo) un messo recante la lieta novella che a Bologna sventolava ovunque il tricolore, e s’era constituito un governo provvisorio. Erano le undici di notte: e mentre la magistratura s’adunava in palazzo, una colonna d’insorti assaliva e disarmava il corpo di guardia, Posto sotto la torre dell’orologio, che era circondata allora da una cancellata. Tancredi Liverani, scenografo geniale, che fu poi ufficiale garibaldino nel ‘66 e capitano a Mentana, salì su quella cancellata e vi issò, tra gli applausi del popolo, la bandiera nazionale; e frattanto la magistratura, con atto solenne (Archivio com., Atti della Magistratura, Tit. X, 1859), considerando essere avvenuta un’insurrezione popolare per la quale era cessata l’azione dell’autorità governativa, civile e militare, nominata una giunta provvisoria di governo, composta dei cittadini Girolamo Strocchi, dott. Giuseppe Galamini (antico carbonaro, conspiratore del ’31, e vicepresidente, nel ‘49, del circolo popolare “ Dio e l’Italia “), dott. Marco Ballelli.
La mattina del giorno 13, sparpasi in un baleno la notizia di tutto ciò, la città parve destarsi illuminata da un raggio di gioia, tra lo sventolare delle bandiere colori, di cui furono pieni i balconi, ed il fregiarsi delle coccarde; alle ore nove Tancredi Liverani, staccata la bandiera della cancellata della torre, si mise alla testa d’una gran colonna di “ dimostranti “ (v’era tra essi anche il vivente Giuseppe Liverani fu Pietro, che avea preso parte alla campagna dell’agro romano, e che, ferito e prigioniero a Mentana, rimase a lungo nelle carceri di Civitavecchia), e li guidò alla caserma di s. Francesco, dove a grandi grida i soldati furono inviati a fraternizzare co ‘l popolo. Ma poi che l’invito fu inutile, il Liverani consigliò il popolo a dar di piglio alle armi; e già la moltitudine sfollava per correre ad armarsi, quando un sergente (dicono fosse affiliato ad uno dei comitati), affacciatosi ad una finestra, fece grandi segni perché la gente non si allontanasse. Allora ricominciò l’assalto alla porta, e già i popolani, con l’aiuto di travi a guisa d’ariete, stavano per isfondarla; ma d’un tratto essa si aperse, e furono visti nel corridoio e nel cortile i soldati e gli ufficiali in attitudine remissiva e sgomenta. Gli ufficiali, che pure avevano in spada sguainata, chiesero salva la vita; data immediatamente garanzia di ciò, fu firmata una resa regolare, su queste basi: le milizie; le armi, le munizioni rimanevano in potere del governo provvisorio; i soldati che volessero continuare nel loro servizio restavano al soldo del nuovo governo, fregiandosi della coccarda tricolore; gli ufficiali conservavano la loro spada e venivano accompagnati a Forlì, dove tuttora perdurava il regime pontificio. Le tre compagnie de’ papalini (che divennero ora per la massima parte liberali) furono poste sotto il comando del patriota Domenico Bosi; ma questi, che era fratello del su ricordato Vittorio, fu di lì a pochi giorni ucciso da un caporale ex-papalino disertore, ricoveratosi in una casa colonica fuor della porta delle chiavi, per la cattura del quale il Bosi medesimo, con un plotone de’ suoi soldati, avea preparato un appostamento. Gli stemmi pontifici vennero tutti abbattuti, il governatore papale congedato, e la giunta provvisoria aggiunse la direzione politica della città. A coadiuvare tal aggiunta venne dapprima mantenuta in carica l’antica magistratura; poi fu eletta, il 31 luglio, una commissione municipale provvisoria che amministrò l’azienda comunale, e fu composta di Gaetano Carboni, del dottor Federico Bosi e dell’avv. Giovanni Toschi.
Fu convocata, di lì a poco, un’assemblea legislativa delle 4 Legazioni insorte, sedente in Bologna, la quale dovesse decidere del destino politico di tutta la regione; e Faenza il 28 agosto agosto vi elesse a suoi rappresentanti Ludovico Caldesi, il dott. Federico Bosi, Achille Laderchi, Gaetano Brussi. Il 6 settembre cotale assemblea, con 121 voti favorevoli su 121 votanti, dichiarava: “ i popoli delle Romagne, rivendicato il proprio diritto, non vogliono più governo temporale pontificio “; e il giorno 7, con 120 voti su 120 votanti: “ i popoli delle Romagne vogliono l’annessione al regno di Sardegna sotto Vittorio Emanuele, re costituzionale “. Ma il risorgimento d’Italia non era compiuto, nuovi eventi maturata no, e Giuseppe Garibaldi meditava la spedizione dei Mille, la quale doveva essere, come ognun sa, il grandioso fatto determinante la soluzione del problema dell’ unità italiana; e che egli avesse di già in animo di tentare la leggendaria impresa, lasciò intendere, con parole fatidiche e gravi di significato, durante una sua novella visita a Faenza, tramandata alla memoria dei posteri dalla seguente bella epigrafe murata su ‘l fianco del palazzo comunale, già Manfredi:

FRA DUE GUERRE RINNOVATRICI
L’OTTAVO GIORNO D’OTTOBRE 1859
APPARIVA QUI
GIUSEPPE GARIBALDI
ADDITANDO DUCE RIVELATORE
LA PATRIA IN ROMA

Frattanto, in esecuzione del decreto su l’ordinamento dei municipi, pubblicato il 30 luglio dal regio commissario delle Romagne, Leonetto Cipriani, era stato convocato in Faenza, il 26 settembre, il collegio elettorale per la nomina del Consiglio comunale; e questo si adunò solennemente l’11 ottobre. In cotale adunanza, che nei verbali del Comune (Arch. com., Atti consiliarî, 1858-59, n. 94) s’inizia con la novella formula “ Regnando Sua Maestà Vittorio Emanuele II, re di Sardegna; governo delle Romagne; Intendenza Generale di Ravenna “, fu eletta la nuova magistratura (conti Girolamo Tampieri, gonfaloniere, Carlo Pasi Piani, Stefano Gucci Boschi, Achille Laderchi, Giacomo Zucchini, Giuseppe Gessi, dott. Marco Ballelli, Angelo Ubaldini, Gaetano Carboni); ma essendosi dimessa la maggior parte degli eletti, si procedette alle nuove nomine della successiva seduta del 20 ottobre, risultando scelti Gaetano Carboni, gonfaloniere, Giovanni Zavuli da Baccagnano, conte Vincenzo Ginnasi, Domenico Frontali, Leonida Caldesi, Antonio Carli Ballanti, dott. Filippo Bucci, conte Achille Laderchi.

1860

Ma premeva ormai presso che a tutti la unione vera e propria co ‘l Piemonte; onde, nella seduta [1860] del 10 febbraio 1860, la magistratura ed il Consiglio comunale, prima di sciogliersi per essere ricostituiti a norma della legge sarda, inviavano un indirizzo al nuovo commissario Luigi Carlo Farini, perché ottenesse da re la definitiva annessione delle province romagnole al resto constituzionale. Il nuovo Consiglio, eletto il 12 febbraio, ed adornato così il 23 sotto la presidenza del consigliere anziano Antonio Morri, procedette alla nomina della Giunta comunale, che risultò così composta: Antonio Carli Ballanti, Gaetano Carboni, Domenico Frontali, dott. Filippo Bucci, conte Achille Laderchi, conte Vincenzo Ginnasi, assessori effettivi; Giovanni Zauoli e conte Girolamo Tampieri, assessori supplenti. Di costoro il cav. Gaetano Carboni fu eletto, il 10 marzo, a capo dell’amministrazione, e perciò egli fu il primo sindaco della città nel nuovo regime nazionale.
È noto, poi, come il conte di Cavour, approfittando abilmente degli avvenimenti, riuscisse a vincere l’incerto animo di Napoleone III, ed a tramutare la cessione della Savoia e di Nizza, da compenso dell’aiuto prestato dalla Francia nel ‘59, in mezzo potente per ottenere la tolleranza francese rispetto all’annessione dell’Italia centrale. Il decreto di tale annessione fu firmato da Vittorio Emanuele il 22 marzo ( e Pio IX scomunicava il re e tutti coloro che aveano cooperato all’ “ opera nefanda “: ma Giuseppe Garibaldi si dolse fieramente della cessione della sua Nizza alla Francia, e si adoperò affinché il Parlamento non la sanzionasse, scrivendo il 6 aprile a tal uopo anche una lettera a Leonida Caldesi, da noi riprodotta a p. 327.
Il consiglio comunale di Faenza si adunò solennemente il 18 aprile; ed in quella seduta, denunziatasi la venuta di Sua Maestà nelle province dell’Italia centrale recentemente annesse al suo regno (dovea, infatti, re Vittorio recarsi a Bologna), fu pensiero unanime della Giunta “ umiliare ai piedi dell’invitto campione dell’indipendenza italiana gli omaggi di Faenza “: onde fu sottoposto all’approvazione de’ consiglieri un nobile indirizzo al re, insieme con l’offerta della cospicua somma di lire 200000, delle quali il sovrano dovesse valersi a sostenere le spese di una nuova eventuale guerra d’indipendenza. È inutile aggiungere che la proposta fu accolta all’ unanimità; e per tal modo la città nostra degnamente e praticamente manifestava l’auspicio di altre immancabili riscosse a compimento della rivoluzione (cfr. nell’Arch. comunale gli Atti consiliarî, 1860, n. 95).
Alle quali riscosse essa diè ancora, come avea fatto nel passato, il braccio valido ed il cuore ardente de’ suoi figli. Già il movimento nazionale del ‘59 avea richiamato nella nostra regione tre de’ più valorosi ad arditi faentini: Raffaele Pasi, accolto come maggiore nel 22.° fanteria formatosi presso di noi, e promosso nell’ottobre, dal commissario regio Leonetto Cipriniani, tenente colonnello a Sant’Arcangelo; Vincenzo Caldesi, “ il leon di Romagna “, nobile ed aristocratica figura di democratico, avventuroso, geniale, fervente, che dal governo provvisorio di Bologna ebbe incarico di organizzare la colonna Rosselli, diventata poi brigata Ferrara; Gaetano Brussi, che, semplice quanto forte, fu prima caporale, poi sergente nel 43.° fanteria (brigata Forlì). Quando poi le sorti d’Italia decidevansi con le campagne del 1860, altri faentini cooperavano alla redenzione della patria, primo fra tutti, al solito, Vincenzo Caldesi, che raggiunse Garibaldi nell’Italia meridionale, sempre seguito dal suo inseparabile Mignon (Domenico Montanari), servo fedele e devoto, che dette al padrone saggi consigli e magari rimproveri, e che divenne misantropo e strano dopo la morte di lui, accaduta il 7 agosto del ‘70 in Firenze.

1861

Così Faenza, la quale esultò all’annunzio della proclamazione del regno d’Italia, fatta dal [1861] Parlamento di Torino il 14 marzo 1861, sì come dinnanzi ad un’alba novella della patria, suggellata con pagine di pura gloria la sua travagliata vita civile, trascorsa sempre in mezzo alle lotte, dal nebuloso periodo delle origini al tumulto dell’età comunale, dagli splendori e dal sangue della signoria manfrediana alla nequizie del governo teocratico, dalle trepide speranze delle conspirazioni rivoluzionarie alla vittoria decisiva e finale della libertà.

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Giunto alla fine della parte a me assegnata, reputo mio dovere ringraziare sentitamente tutti quegli egregi che mi facilitare le ricerche, o comunque mi giovarono co’l consiglio: e tra essi specialmente la sig.ra contessa Faustina Magnaguti Zauli-Naldi, che mi concesse consultare la sua ricca biblioteca privata; la sig.na prof. Emma Grandi, de’ cui studi su Faenza durante la rivoluzione francese mi sono largamente giovato; l’avv. Nazareno Trovanelli, direttore dell’Archivio Notarile di Cesena, cui debbo la notizia di preziosi documenti su i processi de’ Carbonari dal ‘20 al ’25; l’avv. Angelo Morgari, direttore dell’Archivio Notarile faentino; don Antonio Verna, bibliotecario comunale; il rag. Gaetano Ballardini, archivista del municipio; il can.co dott. Francesco Lanzoni, archivista del Capitolo di Faenza; il sac. dott. Giuseppe Rossini; il mio caro e valente ex-scolaro prof. Antonio Missiroli. Ringrazio anche il mio egregio discepolo Bartolomeo Preziosi, del cui aiuto intelligente mi sono valzo per la revisione delle stampe.

Faenza, settembre, 1908.

ANTONIO MESSERI.

 

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