Faenza nella Storia _ Cap. 1.2. Faenza dalle dominazioni barbariche all’età comunale

1.2. Faenza dalle dominazioni barbariche all’ età comunale.

493

Al dominio degli Eruli in Italia, con a capo Odoacre, successe, come tutti sanno, quello degli Ostrogoti, con a capo Teodorico, nel 493.
In quei tempi di rivolgimenti, di lotte e di barbarie, il nome di Faenza ben poche volte s’incontra negli storici, e quasi sempre con indizi non dubbi di infelici tempi anche per la nostra città. Del regno di Teodorico null’altra notizia faentina si ha se non che egli, avendo impreso ad abbellire molte città del suo dominio, e specialmente Ravenna (ove avea fermata la sua capitale), commise ad Anastasio consolare (e tale commissione leggesi presso Cassiodoro, primo ministro di quel monarca) di far condurre da Faenza a Ravenna buona copia di sassi quadrati, si come di quelli che erano assai acconci all’edificare: i quali sassi è avviso (dice il Valgimigli) venissero cavati dai monti vicini, e segnatamente da Ceparano.

555

Ma la potenza gotica in Italia miseramente ruinò per opera dell’imperatore d’ Oriente Giustignano, i cui generali Belisario e Narsete riconquistarono la penisola all’impero bisantino, negli anni 536- 555; ed alla meravigliosa epopea di cotesta guerra (nella quale rifuse il valore de’ re goti, sopra tutto di Vitige, di Baduila detto il Totila, e di Teia), è congiunto il nome di Faenza, dappoichè, al riferir dell’ Agnello, scrittore ravennate del secolo IX, e di Giordane, istorico de’ Goti, tra le battaglie combattutesi dalle armi del Totila contro quelle degl’ imperiali, una sanguinosissima ne avvenne nel territorio faentino; la quale, essendo finita con la vittoria dei barbari, recò gravi danni alla provincia ed alla città, che indi fu soggetta a costoro diritto. Il che viene confermato da accreditari scrittori antichi, i quali giudicano che più veramente al Totila (e non ad Attila) siano da attribuire le rovine tollerate dalle città dell’ Emilia in cotesti tempi calamitosi.

567

Sostituitosi, adunque, in Italia a quello de’ Goti il dominio de’ Bisantini o Greci. Narsete governò la penisola per una decina d’anni: poi il nuovo imperatore d’ Oriente Giustino II, fatto invidioso della gloria di lui, lo rimosse dall’alta carica, ed inviò in suo luogo nel 567 Longino Patrizio, che prese il titolo di Esarca, e che, fermata la sua sede in Ravenna, avrebbe, secondo il Rossi (Histor, Raven., lib. IV) e il Sigonio (De regno Italiae, I), assegnato a ciascuna città un magistrato, il quale co ‘l titolo di duca la reggesse; e ciò sarebbe, adunque, avvenuto anche a Faenza. E questo è confermato dal fatto, oramai accertato, che la Prammatica Sanzione, con la quale Giustiniano cercò di riordinare l’Italia, ravvivandovi le cadenti istituzioni romane ed ammettendo che gli optimates eleggessero i magistrati della provincia e designassero i defensores plebis nei municipi, non ebbe in realtà alcuno effetto: perché, mentre Giustignano aves ben distinte le cariche amministrative dalle militari, tosto queste ultime prevalsero ed annullarono quelle; onde scomparso il senato romano, scomparse le curie municipali co’ loro magistrati, l’ Italia andò divisa in ducati, sotto duces e comites greci, già semplici ufficiali militari.

568

Seguì, poscia, nel 568, l’invasione de’ Longobardi, guidati da Albonio; il quale, però, non potè sottomettere tutta la penisola: e tra le parti d’ Italia rimaste ai Bisantini furono Ravenna co ‘l territorio stendentesi dall’Adige alla Marecchia, che ebbe più propriamente il nome di Esarcato (e più tardi ad esso si restrinse e rimase la denominazione di Romania o Romagna, appunto perché fu luogo più a lungo romano, ciò è dipendente dall’impero bisantino, che allora si diceva romano), e la Pentapoli, comprende cinque città della Marca, ossia Ancona, Pesaro, Fano, Umana ed Osimo. Faenza fece parte, naturalmente, dell’ Esarcato, e gravi pericoli corse, e gravi danni essa ebbe dai ripetuti assalti che a questa agognata regione dettero i re longobardi.

575

Clefi, successore d’ Albonio, tentò una prima invasione, e nel 575 occupò la città di Forum Cornelii; e per farne un punto avanzato contro Ravenna, la munì di fortissima rocca chiamata Imola (donde derivò, poi, il nome alla città); ed Imola rimase a’ Longobardi fino al re Liutprando, e segnatamente fino all’anno 743, in cui il pontefice Zaccaria ne ottenne la restituzione all’ Esarcato. Questi rapidi progressi de’ barbari indussero l’esarca Longino Patrizio a fortificare e presidiare le città tutte ch’eran rimaste agl’imperiali di qua dal Po, tra cui, secondo la testimonianza dello storico Flavio Biondo, Faenza co ‘l suo castello Tiberiaco. Morto Clefi, e durante la minorità del figlio di lui Autari, fuvvi un interregno, nel quale i duchi longobardi rimasero indipendenti. Tra essi Feroaldo, duca del Friuli, assediò Ravenna ed occupò Classe, minacciando co ‘l suo forte esercito un grande rischio anche a Faenza, la quale era in pari tempo tenuta in briga dal presidio longobardo della vicina Imola, contro cui ell’era diventata città di frontiera dell’imperiale dominio.

649-680

Longino fu poi deposto per inettitudine, e il suo successore Smaragdo riprese Classe, e vinse ed uccise Feroaldo, restituendo così una certa quiete all’Esarcato. Ma la lotta fra Longobardi e Bizantini riarse ben presto e s’intrecciò poi con altre controversie tra l’ Impero d’ Oriente e il papa, e ciò è con le questioni del Monoteismo e della Iconoclastia. L’imperatore d’ Oriente Eraclio, infatti, risolse nel 638 a modo suo la questione della doppia natura di Cristo (divina e umana), introducendo la dottrina monotelica, ossia che fosse unica, almeno, la volontà ; e papa Martino I convocò allora in Roma, nel 649, un concilio per condannare cotale eresia, nel quale concilio appare un Leonzio, vescovo di Faenza, che lo Strocchi e il Valgimigli ben volontieri identificano con il Leonzio martire, ricordato dai Bollandisti. E parimente tra i 125 vescovi intervenuti, nel 680, al nuovo concilio lateranense contro il Monoteismo è annoverato un Vitale, vescovo faentino.

724-740

Nel 724, poi, l’imperatore bisantino Leone III Isaurico proibì il culto delle immagini sacre e ne ordinò la distruzione (Iconoclastìa), sollevando tra l’Impero d’ Oriente e la Chiesa una lotta che durò circa cento anni. Allora il celebre ed accorto re de’ Longobardi Liutprando colse quest’ occasione per invadere non solo l’Esarcato, si anche il territorio romano, che nominalmente apparteneva all’Impero d’ Oriente, ma di fatto ormai riconosceva l’autorità papale: onde il pontefice, trovatosi così tra due fuochi, e non potendo piacergli che la questione delle immagini si risolvesse in una signoria longobarda su Roma, seppe tener fronte arditamente, o con le minacce o con le astuzie o con le preghiere, e sempre valendosi del grande prestigio morale che in quei tempi di barbarie la Chiesa aveasi procacciato, all’uno ed all’altro nemico; finché, trasformatasi la lotta fra Bisantini e Longobardi in lotta fra Longobardi e papa, non ebbe questi il sopravvento con l’aiuto e per opera de Franchi. Ravenna, adunque, fu da Liutprando presa nel 725, e per l’aiuto del papa e de’ Veneziani potè poi ritornare ben presto sotto il dominio imperiale; ma poiché, per la questione delle immagini, essa si sollevò indi a poco contro l’esarca Paolo, Liutprando s’indusse ad assalir di nuovo l’Esarcato, e al dir di Paolo Diacono (De gestis Langob., VII, cap. 49) nel 727 occupò certe castella tra Modena ed Imola, prese Bologna, ed evitando Ravenna e le vicine città, si gettò su la Pentapoli. Altri, invece, reputano che egli, tralasciata Ravenna, occupasse bensì le altre città romagnole, tra cui Faenza; e il Tolosano è tra costoro, pur protraendo l’assedio e la ruina di quest’ultima al 740.
Narra adunque il cronista che il re, non riuscendo a prendere la città, finse toglier l’assedio, e siffattamente trasse in inganno i Faentini che, mentre nel sabato santo (7 aprile) il popolo trovavasi raunato nella cattedrale (s. Maria foris portam) a’ divini ufficii, proruppe nella città con numerose soldatesche, e tutto mise spietatamente a ferro ed a fuoco. Aggiunse inoltre che tra i pochi che della comune strage camparono è da ricordare un Valentino della famiglia Domizia, pel modo veramente singolare onde si salvò; con che cade nell’errore di credere faentina la detta famiglia, dando poi occasione al Tonduzzi di confermarsi in tale storta opinione con l’immaginare che la famiglia medioevale faentina Caminitia o Caminiza (la progenies Caminicensium ricordata dal Tolosano) [743] altro non fosse se non il nome corrotto di casa o ca’ Domizia!

743

Nel 743, poi, avrebbe Liutprando, conciliatosi con papa Zaccaria e per suggerimento di lui, riedificata Faenza; nella qual riedificazione fu savio provvedimento del pontefice, dice il Valgimigli (p. 160), che la cattedrale venisse trasferita, insieme con la sede vescovile, entro il recinto della città, e si avesse la nuova chiesa a dedicare a s. Pietro, il che fu adempito edificandola nel luogo ove tuttora siede. L’antica s. Maria foris portam fu indi concessa ai monaci benedettini, i quali (secondo una strana leggenda) le imposero il nome di s. Maria dell’Angelo, per una miracolosa apparizione di un dipinto sur una parete interna d’essa chiesa: la quale effigie di Maria dell’Angelo trasportata poi da’ monaci cistercensi, nel 1778, nella chiesa de’ Gesuiti entro la città, diè a quest’ultima il nome di s. Maria dell’Angelo, o volgarmente di s.Maria nuova, mentre l’antica cattedrale si ebbe il nome di s. Maria ad Nives, o volgarmente di s. Maria vecchia.

751-754

Succeduti, poi, a Liutprando prima Rachi e poi Astolfo, quest’ultimo di nuovo conquistò Ravenna nel 751, e le città dell’Esarcato e della Pentapoli; si che, ove non vogliasi prestar fede al precedente racconto del Tolosano circa alla presa ed alla distruzione di Faenza nel 740 (il qual racconto ha, per vero, del leggendario) è questa forse la prima volta che Faenza cadde, e senza strage, nelle mani de’ Longobardi. Stretto di poi per per ben due volte da Pipino re de’ Franchi in Pavia, Astolfo restituì nel 754 le terre occupate (e Pipino le donò al Papa, in aiuto del quale era venuto), tranne però Ferrara, Imola e Faenza, le quali furono consegnate al pontefice da Desiderio, ultimo re longobardo, quando salendo al trono volle propiziarsi la chiesa.

769-772

Ma Desiderio, stimolato ben presto dall’ambizione, subornò poi il duca di Nepi, Totone, ad invadere il territorio romano e ad eleggere un antipapa nel fratel suo Costantino; allora il novello pontefice Stefano III si rivolse per aiuti ai figli del testè defunto re Pipino, Carlo e Carlomanno; e costoro si porsero subito favorevoli a Stefano, per modo che nel 769 si riunì un nuovo concilio lateranense, di vescovi italiani e francesi, a cui intervenne anche un Giovanni, vescovo di Faenza: e tra i decreti di tale concilio fuvvi la deposizione dello pseudo-papa Costantino. Aggiuntesi nuove ragioni di dissapori, Desiderio, essendo papa Adriano I, si gettò di nuovo, nel 772, su l’Esarcato, occupando Ferrara, Faenza e Comacchio, e minacciando Ravenna. Ed è questo il tempo, secondo il Tonduzzi (p. 136), della ruina e dell’esterminio di Faenza, avvenuta a giudizio del Tolosano 32 anni prima; la quale opinione del Tonduzzi non è forse scevra di molta probabilità, da poi che tutte le istorie concordemente ricordano la presa e la sventura di Faenza operata dalle armi di Desiderio, mentre nessuno storico ne fa parola al tempo ad essa posto dal Tolosano.

774

Avvenne, di poi, dopo le reiterate preghiere e minacce del papa e de’ Franchi, la notissima impresa di Carlo Magno contro Desiderio, nel 774, durante la quale molte città dell’Emilia si dichiararono pe ‘l e per i Franchi, mentre Desiderio chiudevasi con le forze longobarde in Pavia, e suo figlio Adelchi in Verona: onde è probabilissimo quel che il Tolosano afferma, che, ciò è, tra gli altri dell’Emilia anche i Faentini ricevessero ricompense e premi da Carlo, per averlo largamente aiutato in cotesta guerra.
Sperimentata indi a due anni la infedeltà dei duchi longobardi, Carlo abbatte i ducati e introdusse anche in Italia la divisione in contee, e il sistema di governo franco per mezzo dei Comites o conti: ma quando ai dominii papali, de’ quali era parte ormai Ravenna con l’Esarcato (e perciò anche Faenza), il papa riconosceva bensì fino ad un certo punto negli affari temporali il patronato dell’imperatore, ma non andava si oltre da introdurre addirittura la legislazione franca ne’ proprii stati. Quando i Franchi discesero in Italia, la costituzione delle città romagnole e marchegiane era press’a poco questa: un ordine di decurioni, mutatosi in nobilità ereditaria, reggeva la pubblica amministrazione; consoli eletti dal suo seno componevano un tribunale municipale; a capo di altri tribunali erano i dativi, nominati dal papa: le milizie erano ordinate sotto tributi, e duces (duchi), e magistri militum. Coll’andar del tempo formatosi poi lentamente il feudalismo, ed abbandonatosi il sistema bizantino delle milizie assoldate, la difesa delle terre fu affidata a’ vassalli del papa, il reggimento militare dei quali si tramutò in feudo ereditario: onde i duces e i comites dettero origine a grandi famiglie che assunsero i nomi dai loro grandi feudi, quali i duchi o conti di Bertinoro, i conti di Traversara etc. Nelle città è probabile che i magistrati municipali fossero sottoposti ai legati pontificii; ma ben presto l’arcivescovo di Ravenna tentò, sebbene inutilmente per allora, di sottrarsi alla dominazione di Roma, e di formarsi nelle città papali dell’Emilia e della Flaminia una specie di sovranità sotto la protezione immediata del re franco.

794

Così, al dire dell’Henrion (St. univers. Della Chiesa, iii, 235), l’arcivescovo Leone ebbe controversie gravi con papa Adriano I, per essersi insignorito nel 794 di Faenza, Forlì, Bologna e Cesena: controversie che non furono tolte se non per la morte dell’orgoglioso prelato. Soltanto molto più tardi, ossia verso il principio del sec. XI, l’arcivescovo ravennate riuscì ad arrogarsi veri e propri diritti giurisdizionali nelle città romagnole, tra cui Faenza, introducendovi magistrati propri, i quali (perché il diritto di render giustizia era attribuzione di conte) conseguirono il titolo di comites o conti, e dettero al territorio della loro giurisdizione il titolo di contado. Si ebbero, così, i contadi bolognese, imolese, faentino etc., a capo de’ quali furono, poi, in nome del presule di Ravenna, i visconti.

799

Del tempo di Carlo Magno nessun’altra notizia s’ha di Faenza se non questa: che quand’egli dicesse in Italia nel 799 per giudicare alcuni nobili romani che avean congiurato contro papa Leone iii, e per ricevere la corona imperiale, le schiere faentine si unirono, insieme con le milanesi, alle milizie di Carlo, per vendicare l’oltraggio al pontefice. Poi, dell’intricato e nebuloso periodo del dominio carolingio, e di quello anche più oscuro del cosiddetto regno d’Italia, pieno di lotte e fazioni, da Berengario I a Berengario II, non appariscono testimonianze faentine oltre a quelle che riferisconsi all’episcopato, e che noi qui brevemente riassumeremo.
Al vescovo Giovanni I surricordato fanno dunque lo Strocchi e il Valgimigli seguire un Deodato, di cui è memoria in una inscrizione della chiesa di s. Pietro in Sylvis presso Bagnacavallo, contrastandolo alle chiese di Ravenna, di Voghenza e d’Imola, che parimente se lo attribuiscono; ma poiché gli eruditi concordano che dalla forma e dai caratteri dell’inscrizione s’arguisce appartenere essa al VI, o al più al VII sec. d. C., non si capisce come i precitati scrittori assegnino a Deodato la data 782, ossia lo pongano su la fine del sec. VIII; e tanto meno si capisce come il Tonduzzi gli assegni la data 840. La verità si è che, allo stato presente degli studi, non si può forse dire con certezza se Deodato fosse un vescovo di Faenza o d’Imola, o se non piuttosto sia da identificare co ‘l papa Deodato, che pontificò dal 615 al 618.

858

Sicure notizie, invece, si anno dei vescovi faentini Leone I, intervenuto nel concilio di Mantova dell’827, e Romano I, cui è assegnata la data 858, desunta da un atto di donazione del monastero di Palazzuolo a’ monaci cassinesi.

881-954

Poi si contesero nell’881 l’episcopato di Faenza un tal prete Costantino, eletto dal popolo ma non consacrato per proibizione del papa Giovanni VIII, e un tal Domenico arcidiacono, che l’arcivescovo ravennate non volle consacrare, disubbidendo agli ordini papali; ma nessuno de’ due riuscì vincitore, si che nell’898 appare sulla cattedra vescovile di Faenza un Romano II. Segue un Paolo (cui l’Azzurrini assegna l’anno 920) che instituì il capitolo de’ canonici; il qual Paolo, a detta del Tonduzzi (p.145), non potendo la cattedrale accogliere ormai il numeroso popolo tutto, avrebbe raggruppate le parrocchie delle città in quattro congregazioni con quattro chiese primarie, e ciò è s. Salvatore, s. Croce, s. Bartolomeo e s. Emiliano, assegnando a ciascuna un determinato numero di parrocchie; inoltre, sempre secondo il Tonduzzi, avrebbe Paolo istituito il collegio de’ parroci della città. Ma il Valgimigli sostiene invece che le parrocchie furono instituite nelle città vescovili (tranne Roma ed Alessandria) solo nel sec. XI, ed afferma che in Faenza si può con certezza dire che le parrocchie ripetono la loro origine dal 1130 circa, quando la chiesa faentina era retta da un Giacomo I. Infine nel 954 è ricordato un vescovo di Faenza Gherardo, da un concilio tenutosi in quell’anno a Ravenna; il qual Gherardo intervenne eziandio ai concilii parimente convocatisti in tale città negli anni 967, 973 e 976.
Ed eccoci giunti, così, ai tempi del re Berengario II (945-961), sotto il cui dominio il Tonduzzi e il Valgimigli dicono avesse la tirannia in Faenza di un cotal Manasio, narrata, senza precisa indicazione cronologica, dal Tolosano. Racconta, adunque, quest’ultimo che quel Manasio, fattosi violentemente signore della città, tanto incrudeli contro i cittadini da pretendere che tutte le donne faentine servissero alla moglie sua ed alle nuore, e da far strappar i denti, con tenaglie d’acciaio, a quegli uomini i quali osassero, contro il suo precetto, di mangiar pane di farro. Un bel giorno – è sempre il cronista che ingenuamente narra – un giovinetto per nome Valentino, della stirpe domizia surricordata, vedendo la propria madre che amaramente piangeva perché, entro un termine di tempo fissatole, doveva tessere per la moglie del tiranno una certa misura di panno di lino, disse alla presenza di molti: Io libererò la città da piaga siffatta. E andatosene presso Attone marchese di Camerino, e ricevuto nelle milizie di lui, dopo un decennio circa pe’ suoi meriti ottenne danari ed armati, co’ quali tornossene a Faenza, e sconfisse i seguaci di Manasio, e assediò il tiranno nel suo palazzo, che sorgeva allora vicino alla porta Imolese (quest’ultima dovea essere a que’ tempi, non dove ora trovasi, si bene all’angolo dell’odierna via Cavour, presso la così detta fontana dell’ospedale, ossia là dove giungeva l’antica cerchia delle mura). In cinque giorni il palazzo fu espugnato e distrutto, rimanendone soltanto una torre ancor esistente a’ tempi del Tolosano, e Manasio ucciso con tutta la sua famiglia. Inutile qui dimostrare il carattere leggendario di questo racconto, in cui si torna a dare erroneamente per faentina la stirpe Domizia, nella quale sarebbe, adinque, una tradizione di eroici Valentini. Il tonduzzi suppone che, invece di un Manasio, debba trattarsi di un Manasse che fu de’ principali fautori di Berengario II. Ma costui, dapprima vescovo di Arles, fu dal predecessore di Berengario, re Ugo, innalzato a’ vescovaldi di Trento, Mantova e Verona, e finalmente, per aver favorito Berengario II a spogliare Ugo dal regno, innalzato alla cattedra episcopale di Milano; cacciato poi d’Italia Berengario, di Manasse non si ha più notizia, né è affatto probabile, adunque, che egli si riducesse tiranno in Faenza. Forse, se qualche cosa di vero è riposto entro la favolosa veste esteriore del racconto del Tolosano, trattasi qui d’un periodo di dominio tirannico instaurato da qualche conte o visconte che, in nome dell’arcivescovo di Ravenna, avesse già incominciato a reggere la città.

967-998

Vinto ed esiliato Berengario, Ottone I di Sassonia rinnovò, come tutti sanno, il Sacro Romano Impero, congiungendo a quella della Germanica la corona italica; e nel 967 confermò alla chiesa le nazioni di Pipino e di Carlo Magno, tra cui Ravenna con l’Esarcato. A lui successero Ottone II, Ottone III, Enrico II; ed al tempo di questi due ultimi è ricordato un vescovo faentino Ildebrando. Costui era già salito alla dignità episcopale fin dal 998, nel quale anno trovasi presente al concilio provinciale di Ravenna convocato dall’arcivescovo Gherberto, ed a quello solennissimo di Roma, cui presiedette papa Gregorio V in persona, e nel quale intervenne lo imperatone Ottone III.

1014-1021

Prese poi parte, probabilmente, Ildebrando al sinodo ravennate del 1014, in cui furono annullati gli atti dell’intruso precedente arcivescovo Adalberto, ed eletto a legittimo titolare dell’arcivescovado di Ravenna Arnaldo, fratello dell’imperatore Enrico II. A nome del qual Enrico, adunque, Arnaldo nel 1017 veniva confermato nell’investitura de’ contadi bolognese, imolese, faentino e cerviese; ed in vigore di tal concessione, il suo successore Eriberto conducevasi alla visita delle sue giurisdizioni temporali, e fu per questo in Faenza a dì 10 giugno del 1021.

1030-1034

Da’ primi anni del sec. XI, adunque, incominciano le sicure testimonianze dell’alta signoria, che possiamo ormai dir senz’altro feudale, dell’arcivescovo ravennate su Faenza; alle quali sono da aggiungere le seguenti. In un congresso di primati di Romagna, convocato il 6 giugno da un Alessandro, legato imperiale di Corrado II il Salico, a fine di spegnere certe controversie tra la chiesa di Ravenna ed alcuni nobili che ne avevano occupate delle terre, appare un Teseraconto, giudice faentino, forse vicario nel contado di Faenza per il presule ravennate; nel 1034 Gebeardo arcivescovo di Ravenna, ricuperato per diploma dell’imperatore Corrado il contado faentino, usurpatogli da Ugo conte di Bologna, glie ne cede la metà, con che si confermerebbe l’asserzione del Muratori (Antichità Estensi, V) che, ciò è, dopo l’XI secolo si smembrassero i contadi in contee minori; infine in una scrittura autentica del 1069 (MITTARELLI) appare per la prima volta il nome d’un conte di Faenza Guido (Wido de Faventia comes).

1045-1050

Nel 1045, a testimonianza del Tolosano (cap. XIV) un terribile incendio si dilatò per tutta la città (al che dava di frequente cagione l’essere a que’ giorni i tetti delle case coperti di legno e di spazzola di padule), e ne distrusse interamente la cattedrale, insieme con l’archivio delle scritture ad essa spettanti; onde il vescovo di quel tempo Eutichio (del quale il nome appare, come presule di Faenza, fin dal 1032 in un placito segnato a Ferrara dal marchese Bonifacio) raccolse in una pergamena, detta appunto Carta d’Eutichio, le memorie delle principali donazioni fatte da’ vescovi a favore del Capitolo. In tal carta (che conservasi nell’archivio capitolare) appaiono tra i sottoscrittori laici un Giovanni, giudice del romano imperio (che è forse testimonianza dell’altra giurisdizione imperiale), un Farolfo console (che attesta esistere ancora, a que’ tempi, i tribunali municipali di cui i componenti dicevasi appunto consoli), un Zeucio dottor di leggi etc. E del vescovo Eutichio si ha altresì menzione nel 1050, in cui un Martinozzo di Fuscardo dona alcune terre al Capitolo, e nel 1056 (23 genn.), in cui Eutichio provvede al sostentamento de’ chierici ostiensi della cattedrale, assegnando loro certe rendite e pensioni che già Ugo degli Ubaldi e la moglie sua Imelda avean donato alla chiesa faentina.

1054

Apparterrebbe a questi tempi, e precisamente al 1054, secondo il Tolosano (cap. XV), l’assalto e la distruzione di Forlì, allora assai piccola città, per opera dei Ravennati; onde i Faentini, temendo simil sorte, raccolti i Forlivesi esuli, si unirono a loro per la riedificazione di quella città: il che avrebbe cementato a lungo la concordia e pace tra Faenza e Forlì. Una tal notizia potrebbe forse alludere, sotto forma generica, ad un’impresa dell’arcivescovo ravennate contro il contado forlivese, per impadronirsene: ma poiché di questo fatto tacciono gli storici di Forlì e di Ravenna, convien credere piuttosto che il Tolosano e il Tonduzzi, che ne segue le orme (ed aggiunge, anzi, che i Faentini difesero Forlì da un secondo assalto dei Ravennati, p. 156), registrino all’anno 1054 un fatto avvenuto molto più tardi.

1056-1063

Durante il vescovado del successore d’Eutichio, Pietro (tra i primi atti del quale si ha una donazione al Capitolo, del 22 dec. 1056), la Chiesa fu travagliata dallo scisma de’ Simoniaci e Nicolaiti, specie nella Lombardia e provincie vicine; ma che la diocesi faentina rimanesse fedele [1059] alla Chiesa romana è provato da una bolla di Nicolò II (26 dec. 1059), con la quale i canonici e i loro beni furono, in premio della loro fedeltà, immediatamente sottoposti alla protezione del papato. Argomenta lo Strocchi che questa fedeltà del clero faentino debba derivare dall’essere stati e clero e vescovo in continua famigliarità co ‘l cardinale s. Pier Damiano, vescovo d’Ostia e fondatore del monastero di Acereto e dell’eremo di Gamugno nel territorio faentino. Di ciò non si hanno prove dirette; ma è certo che il vescovo Pietro e s. Pier Damiano furono in relazione fra loro, giacché il sei maggio 1063 il vescovo donava al santo ed al suo eremo di Gamugno metà delle decime e de’ beni esistenti nella pievania di s. Valentino.
Il Tonduzzi pone la morte del Vescovo Pietro nel 1076; ma poiché è certo che il clero faentino dopo tal morte risolse di non procedere alla elezione del succesore, fino alla venuta in Italia del re di Germania Enrico IV, e scrisse intanto a s, Pier Damiano, pregandolo a reggere provvisoriamente l’episcopato di Faenza (e il santo rifiutò); e poiché nel 1076 s. Pier Damiano era, invece, già morto (il Lanzoni dimostra che morì nel 1072); così risulta falsa l’opinione del Tonduzzi. Una pergamena, poi, dell’archivio arcivescovile di Ravenna, attesta in modo non dubbio che il 21 giugno 1063 era sulla cattedra episcopale di Faenza un Ugo.

1076

Nel 1076, poi, s’ha notizia d’un vescovo Leone II; ma poiché un Ugo compare ancora nel 1084, una nostra ipotesi (Cronica brev. Etc. a BERNARDINO AZZURRINO collecta, a cura di A. Messeri, pagine 30-31, nota) ricostituirebbe la serie legittima de’ vescovi faentini, a cominciar da Eutichio, così: Eutichio (1045-56) ; Pietro I (1056-63); Leone II, eletto nel 1076; contemporaneamente alla morte di Pietro (o’ fors’anche durante la vita di lui) uno scismatico Ugo si sarebbe intitolato vescovo di Faenza, occupando la cattedra faentina dal 1063 al 1084,. Difatti dalla risposta di s. Pier Damiano alla surricordata lettera del clero, chiaro s’apprende che la chiesa di Faenza fu indubbiamente travagliata dallo scisma di Cadaloo vescovo e conte di Parma, eletto antipapa col nome di Onorio II, nel 1064, dalla corte di Germania, contro papa Alessandro II; ed Ugo sarebbe stato, adunque, in Faenza il vescovo de’ seguaci di Onorio.

1078

Morto quest’ultimo, e cessato nel 1078 lo scisma de’ Cadaloiti, è agevole pensare che Ugo non cedesse il campo, sebbene la parte ortodossa avesse eletto fino dal 1076 il suddetto Leone II; ed una pergamena dell’archivio arcivescovile di Ravenna ci attesta appunto che un Ugo vescovo di Faenza seguiva nel 1084 le parti del nuovo antipapa Guiberto Correggia, arcivescovo ravennate, il quale fu eletto da Enrico IV imperatore nel 1080, e s’intitolò Clemente III. Dalla prima notizia, poi, che nel 1086 si ha del nuovo vescovo Roberto, risulta che anch’egli la tenne per Clemente III. Del resto Faenza seguì la parte scismatica certamente fino al 1097, essendovi documenti che di ciò fanno fede, i quali contengono le parole “ tempore Clementis papae “; e dobbiamo anzi ritenere che prima della morte di quell’antipapa (1100) Faenza non si fosse allontanata dallo scisma di lui, perché solo nel 1104 troviamo nei documenti ricordo del pontefice legittimo Pasquale II. Il vescovo Roberto viveva ancora nel 1104, giacché una pergamena dell’archivio capitolare di Faenza contiene una nuova donazione di lui a’ canonici, e comincia con le parole “ tempore Paschalis papae “: il che significa che Roberto, morto l’antipapa Clemente, avea prestato obbedienza al pontefice di Roma, e da lui era stato riconosciuto.
Sul cadere del sec. XI e nella prima metà del XII si matura, tra lotte faticose, difficili e spesso oscure, la grande rivoluzione che trasforma le città da feudo in comune; e l’autonomia comunale non ha, le quali, in genere, dapprima un vero e proprio carattere democratico, sì bene è opera, non di rado, delle fazioni dei nobili stessi, le quali, lottano contro il conte o signore feudale, e spesso anche tra di loro, fondano il primo nucleo aristocratico di quel governo cittadino che rompe la catena della gerarchia feudale, e che poi sarà lentamente conquistato dalla democrazia borghese. Di tal rivoluzione non parlano i cronisti di Faenza; e pure, sotto la scorza esteriore e talvolta favolosa dei loro raccolti, ne’ quali si narrano le rivalità e guerre con Ravenna (il cui arcivescovo era, come sappiamo, l’alto signore del contado faentino), le lotte con i castelli vicini (che spesso impedivano le vie al commercio della città), le fazioni e le discordie intestine fra nobili e nobili, o fra nobili e popolo, non è difficile scorgere gl’indizi del gran mutamento sociale e politico. Da’ quali, anzi, può argomentarsi che Faenza fu delle prime città italiane che si costruivano a comune.
Vediamo rapidamente, adunque, cotesti indizi.
Nel 1070 il Tolosano registra l’assalto e la presa del castello di Basiago, posto nel territorio faentino, con l’aiuto della contessa Matilde; nel 1075 narra di certe scorrerie e saccheggi de’ Ravennati nel territorio di Faenza, i quali dopo esser giunti in luogo detto la Pigna, furono sospesi nel ritorno da’ Faentini, e pienamente sconfitti (nel che è forse da vedersi una controversia tra l’arcivescovo ravennate e il contrado faentino, alla quale può darsi non fosse estranea la questione dello scisma della chiesa in quel tempo); infine nel 1080 fa il cronista d’una nuova guerra con Ravenna un singolarissimo racconto, che è certamente commisto di graziose leggende.

1080

Narra adunque l’ingenuo Tolosano che i Ravennati, per ismania di dominio volendo riprender la lotta contro Faenza, mandarono a dire ai Faentini che il primo di maggio sarebbero giunti a Cesarolo (presso s. Lazzaro), e a ludibrio della città avrebbero tagliato e abbattuto il famoso castagno che quivi s’ergeva. Impauriti i Faentini inviarono allora ambasciatori alle città di Lombardia, per soccorsi; e già stavano gli ambasciatori per tornarsene scorati e mesti a Faenza, senz’aver potuto ottener promessa alcuna, quando, giunti in certa città del Piemonte, quivi s’imbatterono nel conte francese di Vitria (Vitry?), il quale promise loro (ed in pegno diè un guanto) che al primo di maggio sarebbe giunto con le sue genti alla difesa di Faenza. Venne il giorno temuto; e già i Ravennati, con ingente esercito, aveana invaso il territorio faentino e, tagliato il castagno, s’erano accampati tra Albereto e Prata (oggi Prada); né i Faentini attendevano più ormai lo sperato aiuto, né osavano uscir di città a respingere il nemico; quand’ecco sopraggiungere, secondo la sua promessa, il conte di Vitria, con cinquecento cavalieri francesi: il quale, unitosi ai Faentini, assalì tosto e volse in gran rotta i Ravennati. E poiché gli ambasciatori faentini avean dichiarato che la città si sarebbe sottomessa a colui che l’avesse fatta salva, così ora i cittadini offrirono la signoria di Faenza al generoso conte francese; ma questi che, al dir del cronista, era d’animo Cesare, di bellezza Paride, di atti Ettore, d’eloquio Cicerone e di senno Catone, con un bellissimo discorso rinunciò al dominio, e volle partirsene senz’altro, dopo aver donato però alla città due stendardi delle sue schiere vittoriose: e d’allora in poi ogni anno in Faenza fu celebrata il primo di maggio la festa degli stendardi, a perpetuo ricordo della miracolosa liberazione della città.

1098

Al 1098, poi, assegna il cronista l’assedio e la presa del castello di selva-maggiore in Tagliavera, donde i Marzanesi ed un Guido di Caminiza infestavano le campagne vicine con una specie di brigantaggio; nella quale impresa furono i Faentini aiutati dal conte Guido Guerra di Modigliana.

1103

Dal principio del sec. XII si fanno più palesi i segni d’una tal quale azione indipendente della città, e della trasformazione della sua vita politica e sociale interna. Nel 1103, per esempio, scoppia una gravissima lotta tra frazioni cittadine, e dalla città sono banditi i nobili Alberico di Guido di Manfredo, Rinaldo di Rambertino e Signorello d’Ugone, e le lor case vengono atterrate e distrutte. Rifugiansi costoro parte a Cunio (castello presso Cotignola), parte a Ravenna; ed Alberico cerca e trova aiuti persin nella Marca, a’ cui signori, esagerando, anzi travisando il vero, narra che il popolo di Faenza ha cacciato via tutti i nobili, con grande stragi delle loro mogli e dei loro figli. In breve i fuorusciti, con le armi specialmente de’ conti di Cunio e dei Ravennati, tornano all’assalto di Faenza, dove erano rimasti, e secondo ogni probabilità a capo della fazione contraria, i nobili Guido di Manfredo ed Accarisio: ma Faenza è soccorsa in tempo dal suo fedele alleato, il conte Guido Guerra di Modigliana, e gli assedianti sono costretti a ritirarsi.

1115

Furono dipoi gli esuli riammessi in città nel 1109; ma ecco nel 1115 nuove discordie conducono alla cacciata, questa volta, di Guido di Manfredo e di un Sutardo di Muro, i quali si ricoverano al solito presso i signori di Cunio ed in Ravenna, donde spesso vengono ai danni delle campagne faentine. Alberigo di Guido di Manfredo rimane, invece, in città, a capo forse del partito vincitore, e si impadronisce anzi delle case dello sbandeggiato Guido: donde chiaro risulta trattasi qui di lotte fra nobili e nobili (e il popolo s’era probabilmente diviso a favore degli uni o degli altri), piuttosto che fra nobili e popolo, come il Valgimigli vorrebbe. Nelle quali fazioni già appare, adunque, il nome della famosa famiglia dei Manfredi, che dovea poi per lo spazio di due secoli circa signoreggiare la città, e che già fino dalla seconda metà del sec. VIII sembra avesse preso stanza in Faenza, trasferitavi da Ferrara, se, al dir degli Annali di Piacenza, nell’impresa di Carlo Magno contro i Longobardi si noveranno alcuni nobili dei Manfredi di Faenza.

1116

Alle discordie civili s’accoppiavano, a quegli anni, le religiose. A Roberto vescovo era succeduto un Cono, ed a questo un Pietro II, del quale si ha il primo ricordo nel 1116, per una delle solite donazioni al Capitolo. Nel 1118 il clero ed il popolo ravennati, tornati all’obbedienza della chiesa romana, elessero a legittimo arcivescovo un Gualtieri, canonico regolare di Porto, consacrato a Roma in quell’anno stesso da papa Gelasio II; e questi, pochi giorni dopo, con un suo diploma restituiva alla chiesa di Ravenna gli antichi suoi diritti di metropolitana sulle chiese dell’ Emilia (tra cui Faenza), diritti già tolti nel 1106 da Pasquale II. Ma Gualtieri fu fatto prigioniero, mentre da Roma tornava a Ravenna, dal genero dell’imperatore Enrico V, il quale imperatore (ferveva tuttora la gran lotta delle investiture) avea fatto eleggere l’antipapa Gregorio VIII, ed aveva elevato alla cattedra di Ravenna lo pseudo-arcivescovo Filippo, suo cancelliere.

1119

I canonici e il clero di Faenza riconobbero l’intruso Filippo, e ne furono perciò da Gualtieri, liberatosi dalla prigionia sul finire del 1119, più volte ammoniti, e infine scomunicati. Si pentirono più tardi essi, e ne ebbero assoluzione da Gualtieri, il quale nel 1120, o dopo, s’indusse a consacrar vescovo di Faenza un Giacomo da Ferrara, forse eletto precedentemente dai seguaci dell’intruso Filippo, e poscia pentitosi con esso loro.
Dal 1120 in poi, le imprese militari, le alleanze, le conquiste sono sempre più segni manifesti della crescente autonomia di Faenza, e della sua progressiva autorità tra le altre città romagnole.

1124

Nel 1124, infatti, i Faentini assediano nel castello di Cunio il conte Guido Traversara, donde egli faceva scorrerie nel territorio della città; ma sebbene avessero il consueto aiuto del conte Guido Guerra il Modigliana, dovettero essi toglier l’assedio per l’appressarsi d’un esercito ravennate, non senza però aver prima ucciso il Traversara stesso, con un colpo di pietra lanciato da una balista. E l’anno dipoi, parimente, tornati all’assalto, ebbero a ritrarsene per minacce avute da quei di Ravenna, benchè fossero aiutati dai Bolognesi e da corrado marchese di Toscana.

1126

I Ravennati, finalmente, fatta una gran lega de’ popoli dell’Emilia e della Romagna (Ferrara, Forlì, Cesena, Rimini) contro Faenza loro accanita rivale, giunsero devastando, nel 1126, fino al Borgo d’Urbecco: ma i Faentini fecero a tempo una vigorosa sortita, e riuscirono a respingere tanti nemici congiunti insieme a’ lor danni. In quel medesimo anno, poi, respingevano a Granarolo un nerbo di milizie di Cunio, che s’erano spinte a predare ed a uccidere fin presso ad un luogo detto Ganga; ed in Granarolo, anzi, applicaron battaglia con altri di Cunio ivi in agguato, e grande fu la strage d’ambe le parti.

1131

Intanto Bolognesi e Ravennati, fatta lega tra di loro, espugnavano ed abbruciavano Imola; quest’ultima si rivolse allora a Faenza, sottoponendosi al tributo annuo di due palii di cento soldi: onde i Faentini, impadronitisi di quella città nel 1131, validamente la fortificarono. L’anno dopo, ecco Bolognesi e Ravennati tornare all’assalto; ma i Faentini, per quanto gravemente tocchi dalla sventura perché un nuovo incendio gravissimo avea nel gennaio 1132 malconcia quasi tutta la città, distruggendone interamente la cattedrale, seppero pur tuttavia difendere Imola e respingere i nemici; dopo in qual vittoria assalirono e distrussero il castello di s. Cassiano, che avea parteggiato per Ravenna.

1134

Di ritorno da s. Cassiano s’imbatterono, poi, nel 1134, nei Bolognesi e Ravennati, ch’erano rafforzati dalle circonvicine castella; onde impegnatasi vivissima battaglia, li sconfissero tutti, obbligandoli a ritirarsi nel vicino castello delle Serra, che assediarono, espugnarono e distrussero in breve, facendo prigionieri niente meno che Ugolino conte di Donigalia, Guido detto Malabocca, conte di Bagnacavallo, e Matilde contessa, madre di Malavicino, insieme con trenta cavalieri Bolognesi.

1136-1137

Dopo queste, altre piccole guerre, e scorrerie ed assalti seguirono. Nel 1136 Faentini ed Imolesi insieme prendono ed atterrano le rocche di Castelnuovo e di Limitalto (la prima in quel d’Imola, la seconda presso Castel Bolognese); nel giugno del medesimo anno ricacciano a Cunio Pietro II duca e Guglielmo II de’ Traversari, i quali con molti Ravennati s’erano spinti fino a s. [1137] Pietro in Laguna, a molestarvi i mietitori delle mèssi; nel 1137 Faenza ed Imola fanno pace con Bologna, la quale si stacca così da Ravenna, e patto di tal pace si è che Imola con il suo contado sia retta da Bologna e da Faenza insieme, e che a contrassegno di tal dominio la cattedrale si abbia pur essa dagl’Imolesi, come la faentina, un annuo tributo di due palii. Intanto l’imperatore Lotario di Supplimburg discende per la seconda volta in Italia, in aiuto di papa Innocenzo II contro l’antipapa Anacleto; e presa Bologna, entra nel contado d’Imola. Ma alcuni suoi gentiluomini sono uccisi dagli abitanti del castello di Pergola, e i Faentini allora, per dargli prova d’obbedienza, si uniscono alle genti da lui inviate per farne vendetta, assaltano Pergola, e senz’altro lo distruggono.

1138

Nel successivo anno 1138 Imola, stanca del doppio giogo di Faenza e Bologna, lo scuote e si collega con Ravenna e con i conti di Bagnacavallo, di Cunio e di Donigalia, i quali, al dir del Tolosano ( cap. XXXV), impedivano e sottoponevano a tributo il commercio faentino. Allora gli armati di Faenza e di Bologna vanno a dar guasto nell’imolese territorio; ma quando i Faentini, separatesi dai Bolognesi, se ne tornavano a Faenza, s’incontrarono co’ Ravennati in luogo detto Cereto (tra Faenza e Lugo, secondo alcuni, tra Imola e Castel Bolognese, secondo altri) ed appiccarono una battaglia la quale divenne tanto più difficile in quanto gl’Imolesi erano sopraggiunti a dar man forte a quei di Ravenna. D’altro canto i Bolognesi, saputo dell’attacco, accorsero in aiuto dei Faentini loro alleati, e la mischia si accese aspra e terribile, si che il luogo fu detto dipoi campo dolente, e un ruscello ivi presso (ch’è a breve distanza da Castel Bolognese, e discende nel Santerno, ove oggi è il ponte di s. Prospero) s’ebbe il nome di rio sanguinario. La zuffa, d’esito incerto, finì quando i Faentini ebbero occupato il poggio sovrastante al ruscello su detto.
A quello stesso anno 1138 appartiene la distruzione del castello di Solarolo, assai infesto al territorio di Faenza per le scorrerie che i Solarolesi continuamente vi facevano, fino a giunger presso a s. Giuliano; la quale distruzione i Faentini operarono, abilmente profittando delle discordie tra Filguiraldi e Guglielmi, che travagliavano quel castello medesimo.

1141

Infine l’anno 1141 è veramente notevole nella storia della città di Faenza, perché in esso appare (se vogliamo prestar fede al Tonduzzi, p. 185) la prima notizia della nuova magistratura cittadina dei Consoli. Secondo il citato storico, infatti, vigeva in quell’anno il consolato di Teodorico di Bennone, di guido di Ermellina, moglie del fu Ugolino Ridolfi, di Meliorato Malabusse, e di Pietro di Gherardo della Casa. Al che il Tonduzzi premise erroneamente che Ramberto vescovo fu eletto in quell’anno successore a Giacomo; ed avendo come inoltre egli aggiunto che Ramberto sottoscrisse la donazione altre volte fatta da’ suoi predecessori al Capiltolo de’ canonici, ciò indusse il Valgimigli (II, ms. p. 60) nell’errore di credere che la notizia di quei consoli si trovasse nella predetta donazione. Ma la verità è che Ramberto non sottoscrisse una carta speciale del 1141, si bene firmò (come l’ antecessore suo Giacomo), senza data alcuna, l’atto di donazione a’ canonici fatto dal vescovo Roberto nel 1086 (archivio capitolare di Faenza); e che, inoltre, sebbene di Ramberto vescovo si abbia notizia in una sentenza del 21 Aprile 1141 ed in un instrumento d’enfiteusi del 21 settembre dello stesso anno, pure da una scritta di cessione della chiesa di s. Clemente all’abate di Pomposa Pietro, siam resi certi che già fin dal 1138 quegli sedeva sulla cattedra episcopale faentina.

 

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