Faenza nella Storia _ Cap. 1.4. Faenza nell’età comunale dal 1218 al 1313

1.4. Faenza nell’età comunale dal 1218 al 1313

Al vescovo Teodorico di Frascone surricordato erano sucessi un Ubaldo (pare nel 1205), che fu poi trasferito all’arcivescovado di Ravenna nel 1208, un Giovacchino, eletto dal clero ma non confermato dal papa Innocenzo III, e finalmente un Rolando. A quest’ultimo afferma lo Strocchi (p. 136) che toccò la ventura di accogliere in Faenza s. Domenico, quando nel 1218 questi sarebbe venuto a predicarvi stando su un pulpito di mattoni a tal uopo fabbricato nella parrocchia di s. Vitale, che era a quel tempo fuor del recinto delle mura; e appoggia la sua affermazione su una inscrizione che nel 1590 fu surrogata ad un’altra, già incastrata in quel pergamo e con esso distrutta dalle ingiurie del tempo. Cotesto pergamo, e’ informa il Valgimigli (III,93), stette fino alli 14 decembre 1797 a rincontro della così detta fontana dell’ospedale, e segnatamente su ‘l canto sinistro della odierna via Mazzini, che mette a quella che un tempo era via del Filatoio, ed oggi via Baccarini. Pulpito ed inscrizione, dunque, oggi non esistono più; ma quest’ultima ci fu conservata dal Tonducci (p.21), ed al medesimo avvenimento, del resto, accenna pure un’altra inscrizione, del 1726, che leggesi nel vestibolo della sacristia della chiesa di s. Domenico, alla sinistra di chi entra.

1218

Se non che osserva il Valgimigli che la venuta di s. Domenico a Faenza nel 1218 non è possibile, giacché è certo che in tale anno Domenico era a Roma, donde circa la fine d’ottobre si recava in Ispagna; né vi è indizio alcuno che mettesse allora piede in Romagna. Più probabile, adunque, è l’opinione di coloro che assegnano la venuta di Domenico in Faenza al 1220 od al 1221. Ad ogni modo non sembra che la predicazione di lui, se essa veramente ebbe luogo, acquientasse i bellicosi animi in un desiderio di concordia e di pace; che anzi più che mai infieriscono le piccole intricate guerre di quella tumultuosa età, le quali anche più rapidamente ci studieremo ora di riassumere, da che ormai abbiamo visto sorgere e consolidarsi dal viluppo di lotte, di rappresaglie, di saccheggi e di conquiste, forte, audace e vigoroso, tra gli altri di Romagna, il Comune di Faenza.

1219

Era morto, adunque, nel 1219 l’imperatore Ottone IV, quando gl’Imolesi ottennero dal competitore di lui Federico II di Svevia, ormai universalmente riconosciuto, un imperiale diploma con il quale la città loro era affiancata dalla soggezione a’ Bolognesi ed ai Faentini. Del che imbaldanzita, Imola già provocava Faenza; e Faenza e Bologna aveano già impreso nuova guerra contro di lei, quando l’imperatore intima la cesszione dalle offese. Bolognesi e Faentini rifiutano, ed assaltano senz’altro l’odiata città, costringendola all’obbedienza ed alla consegna di 20 ostaggi.

1220-1221

Ma ecco, nel 1220, l’imperatore Federico s’appresta a discendere in Italia, nomina Ugolino di Giuliano da Parma conte e rettore di Romagna, ed intima a Bologna ed a Faenza la restituzione d’Imola e del contado. Bologna obbedisce ed è assolta dal bando dell’Impero; ad Imola il cancelliere imperiale Corrado, vescovo di Metz e di Spira, convoca un gran parlamento ghibellino, ove convengono i principali nobili romagnoli; a faenza egli manda Ugolino di Giuliano, conte di Romagna, il quale ottiene la restituzione degli ostaggi imolesi e predispone gli animi all’obbedienza. Nell’agosto Federico II in persona passa da Bologna, ad a Castel s. Pietro riceve il potestà di Faenza Pier Torello, che lo supplica di assolvere la città dal bando dell’Impero; il che l’imperatore concede, purché i Faentini sborsino 1500 marche d’argento. Trattenutosi, poi, presso il ponte di s. Procolo, con diploma in data 15 ottobre concede a Faenza vari privilegi, tra cui il temporaneo possesso del castello di s. Pietro, o della Cosina, testè costruito dai Faentini; ma passato il dì dopo in quel di Forlì, revoca fulmineamente, e forse ad instigazione dè Forlivesi, le concessioni fatte, onde i Forlivesi, con l’impetuosa baldanza, atterrano dalle fondamenta il predetto castello.
Gl’Imolesi, d’altro canto, credendosi autorizzati a ciò dal patrocinio imperiale, cercano, sopra tutto per opera di Mainardino, loro vescovo e podestà, d’impadronirsi dell’odiato castello d’Imola. Ciò li fa, invece, cadere in disgrazia di Corrado, cancelliere dell’Impero, che non vuol menomati i diritti imperiali su quella rocca; ma essendo, nel giugno 1221, stato ucciso in Ravenna Ugolino di Giuliano, conte e rettore della Romagna, gl’Imolesi approfittando di quel trambusto, e inducono gli abitatori del castello d’Imola ad uscirne, assegnando loro per abitazione un sobborgo della città : indi abbattono la rocca.

1222

Questo fatto accende d’ira il nuovo rettore di Romagna, Gottifredo conte di Biandrate, il quale, sul principio del ‘22, ottiene da Bologna la promessa d’una nuova impresa contro Imola, d lui messa al bando dell’ Impero. Bologna rinnova allora l’accordo con Faenza; e tutte due insieme iniziano una più terribile e decisiva guerra ai danni dell’infelice loro nemica. L’assedio della città d’Imola durò dal principio del maggio ai primi del settembre, avvicendandosi il successo delle armi or prospero ora avverso alle due parti guerreggianti; né valse agl’Imolesi l’intervento dell’imperiale legato Alberto arcivescovo di Magdeburgo che, trovandosi a que’ giorni in Ravenna, fu da essi supplicato ad aiutarli: chè Bologna e Faenza, non potendo capacitarsi (come dice il Tonduzzi, p. 254) che una guerra cominciata e proseguita d’ordine d’un ministro imperiale, fosse ora così aspramente vietata da un altro, dichiararono di volersi appellare all’imperatore, e più vigorosamente proseguiron l’assedio. Stretti dal quale, finalmente gl’Imolesi, dopo bellissime prove di pertinace resistenza, non vedendo a sé stessi altra via di scampo, dovettero arrendersi a durissimi patti (giuramento di fedeltà al conte di Romagna, pagamento d’una ammenda ad arbitrio de’ due potestà di Bologna e Faenza, Restituzione de’ prigionieri, demolizione del vallo della città, elezione del potestà imolese fatta a vicenda dai due comuni vittoriosi, ricostruzione del castello d’Imola, promessa di fornir milizie ai vincitori e di lasciar loro libero il commercio, consegna di ostaggi), che furono solennemente giurati il 13 settembre. Tra i deputati faentini a dettar coteste leggi alla vinta città furono, oltre al podestà Leonardo Boccabadata, nobile modenese, un cotal Alberghetto (forse dei Rogati) e un Guido Accarisii, con altri cinque del consiglio di Credenza.
Al vescovo Rolando (che erroneamente il Muratori, negli Annali d’Italia, vorrebbe fosse andato nel 1221 contro gl’infedeli in Terra Santa, succedette in Faenza un Alberto, la cui elezione è da allogarsi tra il 15 novembre 1221 e il 22 febbraio 1222. Ora il Tonduzzi narra come, sotto il vescovato d’esso Alberto, giungesse per la seconda volta in Faenza San Domenico, e come in tale occasione avvenisse il miracolo dei due angeli, i quali sotto forma di leggiadri giovani rischiararono al santo, con faci accese, il cammino, quand’egli nottetempo dal vescovado si condusse alla suburbana chiesa di s. Andrea, che divenne poi di s. Domenico: onde la via percorsa fu, per la tradizione popolare di cotal favola, appellata Via degli Angeli (oggi Via Venti settembre). Ma la verità si è che il Tonduzzi (e il Magnani e lo Strocchi, che ne seguono le orme) errano grossolanamente, perché è risaputo che Domenico era già morto fin dal 6 agosto 1221, e non potè perciò essere ricevuto dal vescovo Alberto, che fu eletto dopo il 15 novembre.

1224

Libere le mani dagl’Imolesi, Faenza s’apprestava nel 1224 a vendicare la vecchia onta ricevuta da’ Forlivesi per l’atterramento del castello della Cosina (o di s. Pietro) e della chiesa di Corleto, quando il podestà forlivese Bartolomeo de’ Carbonesi, inviato l’8 aprile a Faenza, a nome del suo Comune propose una pace e concordia, promettendo ampio risarcimento de’ danni fatti; e di buon animo i Faentini accettarono, lieti che l’ottenuta vittoria contro Imola e i beneficii della pace con Forlì assicurassero ognor più l’incrementi del Comune loro e della città. La quale, fatta ormai augusta ad accogliere, non senza disagio, la crescente popolazione, fu dal potestà Uberto da Ozine alquanto ampliata in quello stesso anno; ma di tale ampliamento non ci è dato chiarire la topografia per difetto di documenti.

1226

Intanto l’imperatore Federico II, il quale con abili promesse alla Chiesa avea fin dal 1220 ottenuta da papa Onorio III, uomo debole e pacifico, la coronazione in Roma, andava sempre più scuoprendo il recondito fine di voler riprendere la politica anti-comunale ed anti-papale del grande avo suo, il Barbarossa; onde i comuni lombardi, compresavi Bologna, si unirono il 2 marzo 1226, a s, Zenone mantovano, nella seconda lega lombarda. A questa aderirono in breve altri importanti comuni, come Ferrara, Crema e Faenza, e il marchese di Monferrato, e il conte di Biandrate. Cremona, Pavia, Modena e Parma, ghibelline, rimasero, invece, fedeli all’Imprero. Faenza prestò il dovuto giuramento alla rinnovata lega il 2 aprile, sebbene Federico II si trovasse allora proprio in Ravenna, colà di passaggio mentre avviavasi in Cremona, dove avea convocata una dieta. Da Ravenna, anzi, richiese egli i ghibellini romagnoli di aiuto, e non pochi risposero all’appello, quali un Guido guerra da Modigliana, un Ranieri di Ravaldino, un Buonconte da Montefeltro, un Ranieri di Carpegna, e i Malvicini di Bagnacavallo, e Albertino di Fantolino, e i conti di Castrocaro, di Cunio, di Donigalia, e Forlivesi, Cesenati, Bertilonesi, Riminesi: Da Faenza, per contro, passava in quello stesso mese Giovanni conte di Brienne, che intitolavasi re di Gerusalemme e che, inimicatosi con Federico e costretto ad uscire dagli stati siciliani di lui, era divenuto guelfo e campione del papato.
Dopo aver soggiornato in Ravenna ben 40 giorni, l’imperatore mosse co ‘l suo poderoso esercito alla volta di Faenza, a fine di staccarla dalla lega lombarda, e ridurla in servitù; ma essendo stati i suoi carriaggi con ricco bottino sorpresi e catturati da’ Faentini, i quali misero in fuga le milizie riminesi e ravvennati che li guardavano, a lui parve per allora più provvido consiglio per la via di Tagliavera condursi al ponte di s. Procolo, donde affrettatamente si recò ad Imola, quivi ricevuto con grandi onoranze dal vescovo Mainardino, il quale, profittando di tutte quelle novità, s’era fatto tiranno e reggeva la città a suo talento.

1227

Da Imola, poi, Federico se n’andò a Cremona, ove ebbe luogo la dieta da lui intimata, senza però che alcuno degli aderenti alla lega lombarda vi Comparisse; che anzi l’esercito della lega, nel quale militavano cinquanta cavalieri faentini guidati dallo stesso podestà Amezo Carentiano, si era posto minacciosamente a campo in quel di Mantova. Fallitogli il tentativo di congiungersi cin i rinforzi che di Germania gli avea recato il figlio Enrico, l’imperatore tornò in Puglia; indi con alcune concessioni s’amicò il papa, il quale s’interpose e pronunziò nel 1227 fra i contendenti un giudizio che rimetteva ogni cosa allo status quo, purché Federico partisse una buona volta per quella crociata che da tanto tempo aveva invano promessa.
Ed eccoci giunti, ora, ad un’importantissima guerra fra Modena e Bologna, le due accanite rivali, ghibellina l’una e guelfa l’altra, in qui ebber parte notevole i Faentini. Già fin dal giugno del ‘26 l’imperatore Federico aveva con il suo diploma annullata certa sentenza del potestà di Bologna circa i confini di Modena, e restituita così a quest’ultima una porzione di terreno da’ Bolognesi usurpata; ora, poi, certi guasti dati da’ Modenesi al territorio di Bologna rinnovarono le controversie, ed accesero l’aspra lotta.

1228

Dopo avere, nel ‘27, stretto invano d’assedio il castello di Bazzano, che apparteneva alla rivale, i Bolognesi chiamarono in aiuto le milizie di Faenza, Cesena, Imola, Forlì e Ravenna, e co ‘l carroccio mossero di nuovo all’assalto di quel castello, nel settembre del 1228. Forti alla lor volta di aiuti parmigiani e cremonesi, quei di Modena riuscirono a rifornir di milizie e di viveri l’assediata rocca, non solo, si anche presero a Bologna il castello di Piumazzo, ed incendiarono e devastarono il villaggio d’Unzola e il borgo di s. Maria in Strada; e sebbene quivi fossero raggiunti dall’esercito bolognese e romagnolo, riuscirono a sconfiggerlo per modo che soltanto i Faentini, per aver sostenuto l’impeto degli avversari, poterono aver libero il passo ad una ritirata onorevole. Giunsero ai Bolognesi altri soccorsi, specialmente da Salinguerra Torelli, signore di Ferrara; invano essi tentaron di nuovo, e con ogni sforzo, l’espugnazione di Bazzano: chè l’eroico castello resistette ancora mirabilmente, costringendo alfine il nemico a levare l’assedio.

1229

Nel giugno del 1229, a ricattarsi della passata vergogna, tornano i Bolognesi in campo, soccorsi al solito da milizie faentine, e tentano ricuperare la rocca di Piumazzo; se non che, soffermatisi ad oste contr’essa per otto giorni, fu da certi prudenti religioni proposta una tregua, cui di buon grado aderirono le due parti, facendone compromesso ne’ due potestà di Parma e di Faenza, ciò è a dire nel marchese Cavalcabò e in Carnelvare da Uzeno, i quali ne fissarono la durata fino al 1.° d’agosto. Scorso il qual tempo, le milizie di Bologna, Faenza e Cesena, insieme riunite, assaltano ed espugnano il castello di s. Cesario; ma non paghi di tale vittoria i Bolognesi, benchè sconsigliati dagli alleati, escono all’aperto sull’imbrunire del 4 settembre, e attaccano i Modenesi nella pianura tra Piumazzo e s. Cesario. La mischia divenne generale e terribile; e, specialmente per l’eroica resistenza del carroccio dei Parmigiani, si risolse in una grande sconfitta de’ Bolognesi, i quali lasciaron sul campo carri, buoi, viveri, e macchine guerresche, e perfino il loro carroccio!
Frattanto ad Onorio III era successo, nel ‘27, papa Gregorio IX, il quale, uomo energico e risoluto, non restava dall’incitare Federico imperatore ad assolver la promessa della crociata. Federico aveva raccolti in Brindisi circa 60000 uomini; e sebbene fosse scoppiata tra loro una mortalità, ciò non di meno partì per l’Oriente; ma la pestilenza continuò ad infuriare così violenta, che di lì a pochi giorni ei tornò a prender terra, e lasciò Brindisi per risanarsi a Pozzuoli. Gregorio IX fulminò allora la scomunica contro di lui; con che si riapriva la lotta tremenda fra Papato ed Impero. Invano Federico riparte nel ‘28 per la Palestina, e con felice astuzia ottiene Gerusalemme: la scomunica non è tolta, il suo accordo co’ Mussulmani è dichiarato empio, i suoi stati di Sicilia e Puglia sono invasi, per ordine del papa, da quel Giovanni di Brienne surricordato, tra le cui milizie raccogliticce furono, in cotale spedizione, anche 27 cavalieri inviati dal Comune di Faenza. Ma Federico fu pronto al riparo. Tornò rapidamente in Italia, cacciò gl’invasori dal regno, poi offerse a Gregorio la pace.

1230

Il papa, vinto e mal aiutato dalla lega lombarda, vi si indusse, ed a s. Germano (oggi Cassino) fu nel 1230 conchiuso un trattato che stabiliva amnistia generale, reciproca restituzione delle terre occupate, e la liberazione dell’imperatore dalla scomunica.
Era tuttora, in questo tempo, vescovo di Faenza il predetto Alberto, a proposito del quale una carta dell’archivio arcivescovile di Ravenna ci fa noto che, proprio nel 1230, egli fu accusato di simonia, d’incontinenza, di falso giuramento, di dilapidazione, e chi più n’ha più ne metta; delle quali colpe si difese, non sappiamo con quanto successo, in cospetto di Mainardino, vescovo e tiranno d’Imola (il quale non dovea essere, probabilmente, neppur egli uno stinco di santo), e di Egidio, vescovo di Forlimpopoli, forse delegati dal pontefice a riconoscere tali accuse.

1231

Ripetute lettere, poi, di Benno, vescovo di Rimini, allo stesso Alberto, scritte nell’ottobre del’30 e sull’entrate del 1231, lo esortano dapprima, a nome del papa, affinché procuri che i Faentini restituiscano i diritti su i castelli di Lugo, Oriolo e s. Potito a Teodorico arcivescovo di Ravenna, e lo minacciano dipoi di scomunica ove, entro quattro giorni, non adempia a quanto gli viene prescritto; e il Valgimigli (III, 224) del fatto che il 21 marzo del ‘31 Alberto consacrava la chiesa di s. Antonio Abate della Genga, e il 30 dello stesso mese la chiesa di s. Savino, argomenta che il minacciato interdetto non fu poi scagliato contro il vescovo, forse per aver già costui ottenuta dal Comune di Faenza la restituzione dei castelli su detti.
In quel medesimo anno Federico II convocava una nuova dieta in Ravenna; e a tal annuncio i Comuni lombardi, impauriti, riunivansi a congresso in Bologna, e deliberavano di impedire con le armi la discesa dei rinforzi tedeschi, guidati dal principe imperiale Enrico. La dieta ravennate riuscì, adunque, meschina; ma Federico vi pubblicò severissimi decreti contro i ribelli, mettendoli al bando dell’Impero. Pareva anzi ch’ egli volesse piombar su la vicina Faenza: ma i Comuni della lega a gara forniscono allora alla città nostra armi e vettovaglie, tanto che resta memoria averle la sola Brescia inviate più di 2000 corbe di grano; quando improvvisamente l’imperatore, viste insufficienti le sue proprie forze, si condusse ad Aquileia, e di là fece vela per la Puglia.

1232

Nel tempo istesso due legati pontificii inducevano il congresso della lega ad accettare le pacifiche proposte di un compromesso: onde raunatisi, nel 1232, a Padova i rappresentanti di Milano, Brescia, Bologna, Piacenza, Padova, Ferrara, Faenza, Como e Mantova, insieme col legato imperiale Ermanno, fu convenuto rimettersi ad un loto arbitrale del papa. Questi, l’anno di poi, sentenziò l’assoluzione da parte dell’imperatore delle città tutte della, tra cui specialmente Faenza, e il ritorno allo statu quo; ma Federico non accettò tal sentenza, e nuovi guai si preparano, come vedremo tra breve. Mentre in Lombardia non era possibile ricondurre una durata pace, in Romagna ricominciavano le gare e le lotte, nelle quali è ancor mescolata, e non in piccola parte, la nostra Faenza.

1234

A sottomettere la ribelle Urbino i conti Taddeo e Buonconte di Montefeltro nel avean chiesti aiuti a Rimini; poi, per intromissione dei Cesenati, era stato eletto arbitro della controversia Carnelvare de’ Giorgi, conte e rettore di Romagna, nelle cui mani avevano gli Urbinati, a garanzia della loro obbedienza, consegnati alcuni ostaggi. Ma poiché Carnelvare, pubblicata la sentenza (per la quale il contrado d’Urbino dovea sottomettersi ai Montefeltro, ma la città, invece, attendere le decisioni imperiali), rifiutava restituire gli ostaggi, i Cesenati e gli Urbinati, richiesta d’aiuto Faenza, li liberarono con la forza, assalendo Forlimpopoli, ov’ erano custoditi. Il conte di Romagna se ne adontò; e fatto un grosso esercito di milizie ravennati, riminesi, bertinoresi, forlivesi, incominciò una guerriglia di saccheggi e d’incendi nel Cesenate. D’altro canto i Faentini si gettarono in quel di Ravenna, espugnando i castelli di Cortina e di Rafanara, mentre i Forlivesi assalivano e incendiavano il borgo d’ Urbecco, alle porte di Faenza. Nuove contese si accesero per avere i Faentini soccorsi i Cerviesi contro i Ravennati, i quali ne avean bandito il vescovo Giovanni Orsarola: quando d’un tratto Bologna, assaliva dai Modenesi, distrasse Faenza da quelle guerricciole, chiedendo milizie ausiliarie, le quali furono largamente fornite.

1235

La richiesta d’aiuto si rinnovò nel maggio 1235, mentre i Faentini s’ eran recati a scavar un canale tra il rio della Cosina e la chiesa di Bonzanino, affine di aprire un varco alle acque stagnanti che quivi ingombravano la campagne; e non solo narrano pomposamente i cronisti che l’arrivo delle forze di Faenza indusse i Modenesi a ritirarsi, sì anche che gli eserciti faentino e bolognese poteron prendere l’offensiva, devastando e incendiando il territorio nemico. Tornati da quellq fazione, mossero i nostri contro Forlì, a punirla di aver frattanto espugnato il castello di Solarolo; e ripresero quest’ ultimo, e vinti i Forlivesi in campo aperto, stavano quasi per dar l’assalto alla città (entro cui s’accoglievano a difesa il nuovo conte di Romagna Corrado d’ Hollenstein, e Buonconte di Montefeltro, e milizie riminesi, ravennati, bertilonesi, forlimpopolesi), quando , sollecitati nuovamente d’un soccorso a Bologna contro Modena, abbandonando il 18 giugno quelle desolate campagne. Tornati, poi, da quella nuova guerra modenese, in cui sembra s’avvicendassero le prospere e le avverse sorti, ripresero le scorrerie micidiali, giungendo fin ai sobborghi della stessa Forli, e gettandosi anche, a predare o incendiare, in quel di Ravenna; e, nell’impeto del loro furore, avrebbero magari oppugnata Ravenna medesima, se la opportuna prudenza del loro potestà non ne li avesse distolti.

1236

Imbaldanziti dalla nuova fortuna, i Faentini proseguono, nel 1236, le loro imprese devastatrici: nel marzo espugnano il castello di Laureta (nel forlivese), obbligandone il conte Alberto ad allearsi con loro; nell’aprile si spingono, oltre Forlì, verso la villa di Collina; a’ primi di maggio invadano con un grosso esercito il ravennate fino a.s. Vitale. L’undici di quel mese stavano essi per rimpatriare, quando i loro carriagi e le salmerie, inviati innanzi, furono sorpresi e saccheggiati da quei di Forlì, a Burfagliaco. Sopraggiunse l’esercito faentino, e sgominò gli assalitori; ma dietro a questi erano i Ravennati, con molte forze, e con macchine guerresche, quali petriere, baliste e simili : e narraanzi il continuatore del Tolosano (cap. CCIX), che v’ erano pur le milizie ausiliari di Bertinoro, di Forlimpopoli, di Meldola, di Rimini, di Castel Nuovo, di Buoncorte di Montefeltro e d’ Ugo di Carpegna, e che i Ravennati recavano seco (tanto essi teneausi sicuri della vittoria!) anelli di ferro, quasi usansi per le nari de’ porci, ed ordigni e ceppi quali usansi per le nari de’ porci, ed ordigni e ceppi quali usansi per le nari de’ porci, ed ordigni e ceppi quali usansi per i cavalli e per i buoi, affine di attaccarvi a ludi brio i prigionieri faentini. Invece, appicatasi furiosa e terribile battaglia, l’esercito ravennate ebbe la peggio, né la zuffa cessò se non per intromissione di alcuni prudenti religiosi, mentre le milizie ausiliari davansi a precipitosa fuga per luoghi remoti e inaccessibili. Tennero allora i capi degli opposti eserciti un parlamento nel campo ravennate, presenti Malavicino, o Malvicino da Bagnacavallo, Pietro Traversari, Buonconte di Montefeltro : e quivi il potestà di Faenza, Rubaconte da Mandello, fatto ardito e orgolioso della vittoria, gridò a gran voce che non avrebbe lasciato partire gli avversari se prima non si fossero tutti sottomessi : ma poi venne a più miti consigli, e consentì se ne andassero, mentr’egli tornavasene a Faenza con gran bottino d’ armi e di macchine, con trenta vessilli tolti al nemico, e con ben 3700 prigionieri, ad accogliere i quali in Faenza eranvi appena case bastevoli.
L’eco e gli effetti di questa strepitosa vittoria furono notevolissimi: Forlì si piegò ad una pace ed alleanza con la città nostra, ed accettò che il suo potestà fosse eletto dai Faentini; inoltre questi ultimi devastarono il territorio bertinorese, obbligarono Forlimpopoli e Meldola ad accettare anch’esse per l’avvenire i potestà che a Faenza piacessero, espugnarono Castel Nuovo e Monte Maggiore, e fecero strage, in quest’ultimo, del presidio tedesco ivi posto dall’ Impero ad eccitamento sdegl’Imolesi. Narra il Valgimigli (IV, 79) che all’assalto di Monte Maggiore mossero i cavalieri e i fanti di porta Montanara, congiunti a’ pedoni di porta Imolese; il che ci offre occasione d’avvertire qui che, in Faenza come generalmente negli altri Comuni, le milizie erano ordinate secondo i quartieri, i quali nella città nostra corrispondevano alle quattro porte: Montanara, Imolese del Conte o Ravegnana e del Ponte.

1237

Il bellicoso potestà Rubaconte da Mandello capitano in quello stesso anno 50 cavalieri faientini, unitisi all’esercito della lega lombarda, in quel di Brescia, a difesa di Milano minacciata dagli imperiali; E intanto Faentini e Cesenati s’adoperavano a tenere viva la parte guelfa in Romagna, molestando con le solite scorrerie i Bertinoresi e i Ravennati. Ma nell’agosto del 1237 ecco discendere nuovamente Federico II in Italia con un poderoso esercito, e sconfiggere a Corte nuova, nella famosa battaglia, la lega lombarda: la qual vittoria imperiale diè novello animo ai ghibellini, che rialzarono la testa anche nelle città rette a parte guelfa, provocando zuffe e tumulti sanguinosi.
Anche dentro le mura di Faenza, sebbene aderisse alla lega, sera da tempo andato formato un partito ghibellino, del quale erano fautori gli Accarisi, mentre i guelfi erano capitanati dai Manfredi.

1238

E già la parte imperiale era riuscita a penetrar nel governo stesso del Comune, co ‘l potestà Guido Raule, il quale avea accesa la prima scintilla delle turbolenze imprigionando i cattani (o conti rurali) di Medicina, Ugo ed Uluto, guelfi; quando un novello fatto rinfocolò le ire nel veniente anno 1238: vo’ dire l’uccisione del ghibellino Garatone de’ Zambrasi per opera di Amatore Bulzaga, partigiano della Chiesa.
Accarisi e Manfredi corrono allora alle armi; e poiché i primi erano scarsi di forze, invocano l’aiuto di Pietro Traversari, potente e ambiziosissimo cittadino di Ravenna. Questi non se lo fa dir due volte, e marcia nel luglio con un forte esercito su Faenza, la prende, ne caccia la parte guelfa o Manfreda che dir si voglia, e, fattosi padrone della cosa pubblica, distacca il Comune faentino dalla lega lombarda. Trascorso un mese a pena, sia perché volesse farsi addirittura tiranno, sia per timore che le due fazioni s’accordassero a’ suoi danni, il Traversari fece d’un tratto arrestare gli stessi capi ghibellini, Accarisio, Guido di Raule, Zambrasio, come traditori dell’Impero (furono costoro indi lasciati liberi da’ ministri imperiali); ma quattro giorni dipoi ecco i Bolognesi con tutte le loro forze alla volta di Faenza, donde cacciarlo in breve il Traversari, restituendo alla città il governo guelfo.

1239

La parte Accarisia, o ghibellina, acerbamente indispettita, si diè allora a raccogliere aiuti per ricuperare il dominio; e con poderoso esercito, rafforzato dai conti Aghinolfo da Romena, Ruggero Tigrino, figli di Guido Guerra, Malvicino di Bagnacavallo etc. mosse su ‘l principio del 1239 contro Faenza; ma la difesa di questa corsero novellamente i Bolognesi, sì che gli assalitori furono sbagliati, e cadder prigioni, tra gli altri, Aghinolfo, Malvicino, e il potestà di Castrocaro, Pietro Lionici. Dopo che, I bolognesi dettero a Faenza, qual podestà, Fabro Lambertazzi, e la città rientro nella lega lombarda.
Quest’ultima, passato il primo scoramento per la sconfitta di Cortenuova, pensò ai casi suoi; e mentre molte città defezionavano, nel decembre del ‘39 convennero in Bologna, insieme con il legato pontificio, il podestà di Milano, Brescia, Piacenza, Alessandria e Faenza, e deliberarono di toglier Ferrara al ghibellino Salinguerra Torelli, per darla al marchese Azzo d’Este: il che fu fatto nel veniente anno 1240, concorrendo in tale impresa anche le milizie faentine.

1240

Di ciò sdegnato, Federico II, soggiogata la toscana (tranne Firenze) e impadronitosi della Marca d’Ancona per opera di suo figlio Enzo, dopo un vano tentativo su Roma rifece le forze in Puglia, e mise di nuovo piede nella Marca, determinato (scrive il Savioli, Annali Bolognesi) di far pentita Bologna. Ma poi che non gli pareva cauto consiglio lasciarsi addietro le città contrarie di Romagna, mosse dapprima contro Ravenna (la quale potea dirsi ormai passata a parte guelfa) e in pochi giorni la prese; indi il 26 agosto mosse con tutta la sua oste, che alcuni storici fanno, forse esageratamente, salire a 60.000 uomini, verso Faenza, della quale credeva potersi con la stessa facilità impadronire. Invece il forte Comune doveva dargli molto filo da torcere.
Sull’autorità del Collenuccio (Hist. Di Napoli, lib. IV) il Tonduzzi ed altri storici dicono che Faenza era, a que’ tempi, così grossa città, di avere un circuito di cinque miglia, ed una popolazione di circa 40.000 abitanti. Tutto ciò sembra, se non del tutto erroneo, almeno molto esagerato al Valgimigli, il quale, appoggiandosi su irrefutabili documenti, dimostra che la città era, verso la metà del sec. XIII, più piccola dell’attuale; e delle conclusioni di lui noi ci faremo quando, in un’altra parte della presente opera, daremo de’ cenni storici sulla topografia di Faenza in epoche diverse. Vero che il Tonduzzi comprende dentro il preteso circuito di cinque miglia anche i sobborghi; ad ogni modo, però, sembra strana e cervellotica l’opinione sua e d’altri, Che, ciò è, quel fosso il quale cinge Faenza a distanza di un miglio, detto la Cerchia, fosse l’antico recinto della città e de’ borghi.
Faenza era, adunque, secondo ogni possibilità, una città meno estesa di quel che oggi non sia; ma seppe, ciò non ostante, meravigliosamente resistere per ben sette mesi e mezzo agli assalti degl’ imperiali, sebbene le fallisse ogni di più la speranza degli aiuti dalla lega lombarda. Giunto l’inverno, Federico, irritato dagli ostacoli incontrati, anziché levare l’assedio per tornare alle offese a migliore stagione, fece costruire un accampamento di case di legno, per modo che, al dire del cronista Zuccoli, la città parea cinta da un’altra città nemica; e perché tali provvedimenti importavano grave dispendio, l’imperatore ricorse ad ogni mezzo per far denari, impeguando perfino le sue gioie e i suoi vasellami d’oro e d’argento, e sostituendo alla moneta effettiva una moneta nominale di cuoio, ch’ei fece battere nella vicina Forlì (la quale seguiva la parte ghibellina), ed a cui assegnò il valore d’un agostaro d’oro.

1241

All’entrar della primavera del 1241, gli sforzi della oppugnazione raddoppiarono; sì che diroccate le mura, avverte vie sotterranee, tempestata la città con le macchine, le petriere, le baliste, stenta ne’ cittadini ogni speranza di proficua difesa, fu pur mestieri a Faenza l’arrendersi, salve le vite e le robe, conforme fu pattuito il 14 aprile. Vogliono gli Annali di Cesena che alla resa contribuissero I maneggi di parte Accarisia o ghibellina; e pur debbono avversi per favolosi I racconti d’alcuni (tra i quali il buon Magnani) circa le pretese crudeltà e servizie di Federico, pure è da ritenersi vero che egli atterrasse senza pietà i sobborghi, si come è verissimo che, a vie meglio tener in freno la vinta città, diresse presso la odierna chiesa del Carmine una rocca quadrata, vicino alla quale sembra fosse costruita una nuova porta della città, detta appunto porta regis. Dopo di che l’imperatore commise il reggimento di Faenza a Tebaldo Ordelaffi ed a Superbo II Orgogliosi, ambedue forlivesi e ghibellini ardentissimi.
Insuperbito della Vittoria, ed anche di avere, nel maggio di quell’anno, con un’armata navale impedito a’ prelati di Francia e d’altri regni di recarsi al concilio convocato da papa Gregorio, Federico II, invece di proseguire con l’esercito su Bologna, si volse contro Roma; ma l’improvvisa morte del vecchissimo pontefice sconvolse ogni disegno dell’imperatore, che s’affrettò a ritirarsi nella Puglia.

1243

Dopo due anni d’interregno, i cardinali elessero nel 1243 il novello pontefice Innocenzo IV, il quale, sebbene da cardinale fosse stato amico di Federico, difese ora con indomita energia contro lui gl’interessi del Papato e de’ Comuni guelfi, e con finissima astuzia, per sottrarsi a’ pericoli che il soggiorno di Roma presentava per lui, conquistò la propria libertà fuggendo di nascosto a Lione.

1245

Quivi convocò nel ‘45 il concilio famoso nel quale Federico fu scomunicato e deposto dal trono, mentre i sudditi di lui erano sciolti dal giuramento di fedeltà.

1247-1248

Nella primavera del ‘47 l’imperatore Federico mosse allora verso le Alpi occidentali, a fine di sorprendere il Papa in Lione e obbligarlo alla pace, quando all’improvviso passaggio di Parma alla parte guelfa arrestò il suo audace disegno, e fece si ch’egli tornasse indietro e ponesse a quella città il celebre assedio, che finì nel 1248 con la disastrosa sconfitta e distruzione del campo imperiale. Allora i guelfi rialzarono il campo ovunque. Il legato pontificio Ottaviano Ubaldini, spedito in Romagna a ristabilirvi il dominio della s. Sede, con milizie di lombardi, bolognesi e di fuorusciti romagnoli (tra cui 25 uomini d’arme faentini, condotti da Alberghettino Manfredi) s’impadronì di vari castelli, di Lugo, di Ravenna (ove riminese i guelfi Polentani, cacciandone il ghibellino Traversari), d’Imola, Forlì, Forlimpopoli, Cesena, Cervia. Solo Faenza restava agl’imperiali; ma un esercito bolognese la strinse d’assedio, e in 15 giorni la prese, e le diè di nuovo un reggimento guelfo. Dopo di che Bologna, si come il comune più potente e fedele per lunga tradizione alla Chiesa, ebbe la tutela, e come a dire l’egemonia di tutta quanta la Romagna.
Ben presto, però, ricominciarono, anche dentro le mura di Faenza, le civili discordie tra Guelfi e Ghibellini.

1249

Nel marzo del 1249, infatti, Amatore Bulzaga, Gerardo Ercolani ed altri della fazione Manfreda vengono alle mani con Tebaldello di Garatone Zambrasi e con il resto degli Accarisii; e il tumulto è tale che vi accorre il podestà di Bologna Filippo Ugoni, e con la forza donna la sedizione, presidia la città, porta seco a Bologna gli ostaggi datigli da ambe le parti a garanzia della pace. Ma gli ostaggi di parte Manfreda riescono a fuggire, corrompono Jacopo da Saragozza, Comandante della rocca di Faenza, e s’insignoriscono novamente della città.

1250-1251

A mezzo il decembre delle 1250 moriva nel castello di Ferentino in Puglia l’imperatore Federico II, inconsolabile per la prigionia del figlio Enzo, vinto e catturato dai Bolognesi l’anno prima a Fossalta; e cotal morte rialza le sorti del guelfismo. Riccardo da Supino, conte di Romagna il nome del pontefice, convocò, infatti, a Cesena, per il 1° febbraio 1251, un congresso delle città guelfe della provincia; ed a tale congresso il potestà faentino Guido da Correggio Mando come rappresentanti di Faenza Alberghetto Manfredi e Ranieri da Valbona (quest’ultimo avea già avuto l’onore d’esercitare la podesteria in Parma). Ai quali il Consiglio generale (che in allora soleva tenere le sue pubbliche adunanze nella casa che fu di un cotal Tommaso Lombardi) avea fatto espresso divieto di accogliere qualsiasi trattativa di pace cò ghibellini, se prima due cittadini da deputarsi insieme co ‘l potestà non ne avesser tenuta pratica con il conte di Romagna medesimo.

1253

Intanto papa Innocenzo IV si decideva ad abbandonare il Lione, ed a ritornarsene a Roma; nel qual viaggio passò anche per Faenza, il cui vescovo Gualtiero (succeduto ad un Giuliano, che era stato a sua volta successore del suo ricordato Alberto) facea parte del nobile corteggio che accompagnava il pontefice. E sempre maggior incremento acquistava ora la parte guelfa in Romagna, sia per [1253] l’alleanza onde si strinsero nel 1253 Bologna e Ravenna, sia per la lega fatta nel medesimo anno tra Faenza e Bagnacavallo, essendo potestà faentino quell’Ugolino di Albertino dè Fantollini da Cerfugnano, la cui onorata memoria Dante tramandò ai posteri con i versi:

“O Ugolin dè Fantolin, sicuro
è il nome tuo, da che più non s’ aspetta
chi far lo possa, tralignando, oscuro”.
(PURG.,XIV).

Ed all’operoso zero di Ugolino si dovette appunto in quell’anno la pace in Faenza tra la parte Manfreda, guelfa, e la parte Accarisia, gibellina, la quale ultima era stata bandita. Fra i testimoni presenti all’atto di quella pace fu il vescovo Gualtiero; e per la parte Accarisia, esule dalla città, intervenne procuratore un Mainardo Mainardi, iurisperito di Faenza.

1254

Effetto di tale accordo si fu una convenzione, secondo cui dovevano essere eletti due potestà contemporaneamente, l’uno per la parte Manfreda, l’altro per l’Accarisia; e nel seguente anno 1254, infatti, troviamo eletti a tale ufficio il conte de’ Prendiparti, guelfo, e Loderingo, o Lotteringo degli Andalò, ghibellino. In quello stesso anno moriva a Lavello di Basilicata il nuovo imperatore Corrado IV, legittimo erede di Federico II; onde Manfredi Lancia, figlio naturale di quest’ultimo, abilmente seppe farsi re di Sicilia e Puglia, usurpando il trono al nipote Corradino, e tenendo alta la bandiera delle ghibellinismo in Italia. Contro Manfredi, perciò, s’aguzzano ora le armi del papato; ed il nuovo pontefice Alessandro IV si diè a ricercare, adunque, aiuti nelle città fedeli alla Chiesa per mezzo di legati, tra i quali è da noverarsi il vescovo di Faenza Gualtiero, spedito nella Marca a far soldati ed a provveder danari.

1255-1256

Ma le discordie civili non tardano a destarsi di nuovo in Faenza, dove verso la fine del 1255 generarono tali tumulti, che i due podestà Pietro Bazilieri, per la parte Manfreda, e Guglielmo Gosio, per l’Accarisia, insieme con Ranieri de’ Liazari, capitano del popolo, con lettera dei 28 febbraio 1256 rivolsero calda istanza a Bologna, affinché intervenisse ad impedire la compiuta ruina della città.
A questo punto reputiamo necessario interrompere per un momento la narrazione delle civili vicende, per fermarci a considerare la instituzione in Faenza della nuova magistratura del capitano del popolo, che ora per la prima volta appare da’ cronisti e dai documenti.
In Firenze tale magistratura fu, come tutti sanno, il risultato della così detta rivoluzione del primo popolo, avvenuta nel 1250, dopo la morte di Federico II. E poiché in quella città l’aristocrazia, gibellina d’interessi e di sentimento, avea finito, per gli aiuti imperiali, con di impadronirsi del Comune e con il trovare nel podestà uno capo politico e militare, così avvenne che nel 1250 il popolo, d’interessi e di sentimento guelfo, si levò a rumore e pose le basi di una nuova constituzione, creando, di fronte alla potestà, il capitano del popolo, quale capo, difensore, tribuno de’ popolani. Questi ultimi, infatti, furono militarmente ordinati in compagnie armate, che formavano un esercito popolare agli ordini del capitano, pronto a combattere così i nemici esterni come le prepotenze de’ nobili all’interno. E come al podestà era rimasta la sua importanza civile, giudiziaria e militare, così al capitano fu data la giurisdizione nelle cause che principalmente nascevano violenze di grandi contro il popolo. Intel modo la Repubblica Fiorentina si divise in Comune (potestà) e Popolo (capitano), quasi in due campi distinti ne’ quali si raccolsero l’aristocrazia e la democrazia.
Qualche cosa di analogo avvenne probabilmente in altre città, dove appare il capitano del Popolo, e perciò anche in Faenza, sebbene le fonti storiche non ci permettano diradare nebbie nebbie in cui sono avvolte le scarse notizie cronistiche. Già vedemmo nel 1184 un moto faentino, che alcuni interpretano di popolo contro nobili; nel 1218, poi, congetturammo di un nuovo tentativo della democrazia borghese nella lenta conquista del governo comunale; ma in sostanza i nobili ebbero forse finora, o facilmente riacquistarono, la prevalenza.
Nè, d’altro canto, noi crediamo possibile che, come avvenne a Firenze, Anche in Faenza la parte guelfa fosse tutt’uno con la democrazia. Nelle lotte tra Accarisii e Manfredi è piuttosto da vedersi soltanto una discordia di famiglie, d’interessi, d’ambizioni, alla quale si sovrappongono, come al solito, I due grandi nomi del Papato e dell’Impero; e se, del resto, I Manfredi avessero rappresentato gl’interessi del popolo, sarebbe bastato a tutela di questo il potestà manfrediano sorto dall’accordo del 1253 di fronte al podestà accarisio; ed invece un capitano del popolo appare ora nel ‘56, mentre permangono i due podestà delle parti avverse: onde non sembrerà troppo ardita al lettore l’ipotesi che esso capitano possa essere stato in istituito anche in Faenza, forse senza rivoluzione alcuna, a rappresentarvi la tutela delle classi popolari, indipendentemente Dalle due parti guelfa e ghibellina. Di ciò s’avrebbe una riprova nel fatto che, d’allora in poi, anche la constituzione faentina appare analoga a quella di Firenze, dovendo gli atti pubblici essere proclamati in nome del Comune e del Popolo, come risulta dal sigillo che anche oggidì conservasi nel civico museo, ove attorno allo stemma della città (un leone rampante, con la spada nella zampa anteriore destra) è la leggenda: “ Sigillum Comunis et Populi civitatis Favencie “.

1257

Bologna non aderì, non sappiamo per quali ragioni, all’invito dè reggitori faentini; e continuando adunque in Faenza i tumulti, avvenne che la parte Manfreda prevalse sull’avversaria, la quale se andò in esilio con il suo potestà. La città nostra, temendo allora de’ Bolognesi, si pose sotto la tutela del marchese Azzo d’Este, il quale ottenne che i Faentini facessero compromesso de’ passati i litigi in Bonaccorso da Soresina, capitano del popolo di Bologna. Questi riconciliò le fazioni, riammise in patria gli esuli ghibellini, si fece dare ostaggi dalle due parti, e divenuto potestà di Faenza, fece approvare il 17 aprile dal Consiglio generale (al quale intervennero ben 277 consiglieri) il proprio operato, riservandosi di dare in appresso la sua sentenza arbitrale. Questa, pronunziata il 17 febbraio del 1257, statuiva che ogni anno dovessero il potestà e il capitano del popolo di Faenza essere eletti da’ Bolognesi; che dovessero i Faentini fornire armati a Bologna ove questa ne li richiedesse; che non potessero essi scavare o restaurare le fosse a difesa della città; che il commercio bolognese fosse in Faenza franco di gabelle e di dazi; che, infine, la moneta bolognese avesse corso nella nostra città e nel distretto secondo il suo valore nominale.
Tutto ciò significava una vera e propria soggezione del Comune faentino al Comune bolognese; e pure non bastò ad assicurare la pace, perché nuovamente in quel medesimo anno trascorsero le due parti alle insidie, ai ferimenti, alle civili fazioni, in una delle quali restò ucciso Enrico Manfredi, detto Calzaro, personaggio di molta autorità fra guelfi. S’interpose di nuovo i marchese Azzo d’Este, il quale, in pegno d’una nuova giurata pace, si fece dare dai ghibellini in ostaggio un Napoleone d’Accarisio degli Accarisii, un figlio di Zambrasino Zambrasii, ed un altro figlio d’un cotal Gerzio di Boccaccio.

1258

Se non ché, ecco nel ‘58 ridestarsi le ire e le offese, ed ecco gli Accarisii, forti di aiuti forlivesi, si fattamente prevalere su gli avversari che questi debbono andarsene in bando. Allora il marchese d’Este, impedito di recar soccorsi ai Manfredi e al colmo dell’ira, della mancata fede degli Accarisii fa aspra vendetta contro gli ostaggi predetti, che avea rinchiusi in castel Guglielmo, si che essi, al dire del cronista Cantinelli, “ mala et pessima morte ocisi fuerunt “. Ma a comporre le faccende di Faenza inviarono ben presto i Bolognesi il loro potestà Alberto Greco, con un forte esercito; né gli Accarisii, assai intimoriti, poser tempo il mezzo ad aprirgli le porte. Allora di nuovo si quetarono gli animi, mentre erano eletti i bolognesi Bualello de’ Bualelli a potestà, Gruamonte de’ Caccianemici a capitano del popolo, e rimaneva in Faenza un presidio bolognese a tutela dell’ordine.

1259

Inoltre, essendo fra i Bolognesi e Faentine giunte a tal punto le rappresaglie private che soprattutto il commercio delle due città me soffriva gran detrimento (il barbaro diritto di rappresaglia dava pur troppo facoltà di ingiuriare, depredare, ferire non pure l’offensore stesso, sì anche i concittadini di lui); così nell’agosto del 1259 il Consiglio generale di Bologna, con l’assenso della bolognese Oliverio Assinelli, potestà di Faenza, approvava un pubblico trattato che sospendeva le rappresaglie e dichiarava libero il traffico fino al 1.° d’agosto dell’anno di poi.
Ribaditosi, adunque, su la città nostra il dominio della potente Bologna, si entra ora in un periodo di relativa tranquillità. D’una nuova lotta, infatti, che secondo il Tonduzzi sarebbesi combattuta negli anni 1269-70 tra il Comune di Faenza, insofferente del potestà imposto da Bologna, e spalleggiato da’ Forlivesi, e il Comune di Bologna, situato dai Ravennati, dimostra il Valgimigli l’insussistenza, Sulla scorta del Savioli (Ann. Bologna.); e può ben affermarsi, adunque, che la vita politica faentina, interna ed esterna, tace o quasi per dodici anni circa.

1261

Durante il qual periodo è soltanto notevole, a parer nostro, l’intervento del novello vescovo faentino Giacomo Petrella al concilio provinciale di Ravenna, convocato per ordine di papa [1261] Alessandro IV il 28 marzo 1261, affine di stabilire un concorso peenniario, e le forze necessarie a fronteggiare i Tartari, che avevano invaso la Polonia e l’Ungheria.

1271

Il silenzio delle civili vicende s’interrompe finalmente nel 1271, quando, tumultuando gli Accarisii in Faenza, il potestà Giacomino de’ Prendiparti ne punì uno dei principali fautori, Guido, con il diroccargli le case; al quale anno è pure da ascriversi, secondo il cronista Cantinelli, la costruzione delle torri alle porte della città. L’anno seguente sorse nuova controversia fra il conte Guido da Modigliana e il comune di Faenza. Già nel 1259 avea costui dovuto desistere, per le minacce de’ Faentini, da riedificare la rocca di Ceparano: ora poi s’erano invertite le parti, perché i Faentini, ad instigazione soprattutto di Guidocherio di Pietro Enrico Galluzzi, potestà ed estremo fautore de’ Manfredi, avevano costruito su ‘l territorio di Guido un fortilizio detto Castel Galluzzo: ma Bologna intervenne a tempo, ed il castello fu distrutto.

1273

Al 1273 è assegnarsi la scomunica lanciata ai faentini dal vescovo Giacomo perché non volevano essi restituire alla Chiesa di Ravenna il castello di Oriolo da loro nuovamente occupato; il quale Giacomo morì l’anno di poi di morte violenta, per essere stato soffocato durante la notte da alcuni suoi famigliari; e narra il cronista fra Salimbene da Parma, che costui era vecchio, ricchissimo, e che il suo tesoro fu involato da chi lo assassinò. Gli successe sulla cattedra episcopale un Teodorico II, il quale appare vescovo fino dal primo marzo 1274, e, secondo il predetto fra Salimbene, era un giovine frate domenicano ed ottenne l’episcopato per mezzo di denaro e di minacce; d’onde, dice quel cronista, derivarono nuovi odi e tumulti in Faenza tra gli Accarisii e Manfredi. Certo si è che nel ’73 Guido degli Accarisii e Maghinardo Pagani (figlio di Pietro), ardenti ghibellini, avevano eretto presso Gallisterna in quel d’ Imola una cotal rocca detta Tomba, in odio e danno dei Cattani di Sassatello, guelfi; e questi, con gli amici loro, e specialmente con Alberghetto de’ Manfredi, avevano mosso contro la detta Tomba, scontrandosi con i ghibellini guidati da Bonifacio e Paganino, fratelli di Maghinardo; ma in guelfi avevano vinto, e Bonifacio e Paganino erano stati uccisi. Di ciò si ebbe ripercussione in Faenza, dove i cittadini, temendo chi sa quali sconvolgimenti, si chiusero e fortificarono nelle proprie case, mettendo le masserizie (dice il Cantinelli) in riparo ne’ luoghi sacri, quali chiese, conventi, etc.

1274

Nel 1274, poi, essendo scoppiati tumulti e sedizioni in Bologna tra Geremei (guelfi) e Lambertazzi (ghibellini), questi ultimi si rivolsero per aiuti agli Orgogliosi ed agli Ordelaffi di Forlì. A costoro sembra si fossero rivolti anche gli Accarisii di Faenza (almeno così ricaverebbesi dalle parole del citato cronista fra Salimbene), irritati per la elezione del vescovo Teodorico; fatto è che i ghibellini di Forlì, guidati dal celebre condottiero conte Guido di Montefeltro, mossero alla volta di Bologna, e giunti presso Faenza, sebbene i guelfi Manfredi chiudessero le porte della città, attaccarono e occuparono, con l’aiuto degli Accarisii, la porta Montanara il 19 aprile: d’onde riuscirono poi ad impadronirsi di tutta la città, cacciandone i Manfredi, I quali ripararono a Solarolo.
Venuta così Faenza alle mani dei ghibellini, questi la fortificarono, mentre i due podestà Uguccione de’ Tettalasina e Ranieri Samaritani, insieme con il capitano del popolo Rizzardo degli Artenisi, si rimettevano dal loro ufficio, e gli Accarisii nominavano novello podestà Tebaldo Ordelaffi da Forlì. Il Montefeltro proseguì poi la sua marcia su Bologna; Ma saputo che quivi le due parti si erano pacificate, torno indietro, e con l’aiuto degli Accarisii assali invece Solarolo (25 aprile), che cadde in breve nelle sue mani con monti ragguardevoli prigionieri di parte Manfreda, tra cui frate Alberico Manfredi, frate Rodolfo de’ Rogati, Frate Guido di Tommaso, cavalieri gaudenti, e un bel Beltale Beltali, giureconsulto, a cui fu mosso il capo e posto al sommo di una lancia per farmi barbara mostra; altri dodici prigionieri furono appiccati.
La notizia di questi fatti genera nuove contese e nuovo sangue in Bologna, fra Geremei e Lambertazzi, con la peggio di questi ultimi, che se ne vanno in volontario esilio, e dei quali molti sono ricevuti amorevolmente in Faenza dargli Accarisii. E mentre il podestà faentino Tebaldo Ordelaffi provvedeva alla restituzione del castello di Oriolo alla Chiesa ravennate (onde il Comune era liberato finalmente dalla censura ecclesiastica), i Geremei uscivano col loro carroccio da Bologna contro Faenza, per cacciare i ghibellini e rimettervi i guelfi; ma dopo mesi di inutili assalti furono costretti a ritrarsene, né altro conforto e impero se non la ricuperazione di Solarolo, restituito di poi ai Manfredi.

1275

Nell’aprile del 1275 i ghibellini, padroni del comune di Faenza, eleggevano a potestà il celebre Maghinardo di Pietro Pagani da Sosinana, ed ha capitano del popolo Guglielmo de’ Pazzi di Valdarno. Quest’ultimo, il 24 di quel mese, con forte nerbo di cavalieri e di fanti mosse contro Solarolo; ma poiché contemporaneamente i guelfi Geremei, capitanati da Malatesta de’ Malatesti di Rimini, gastavano e incendiavano il contado faentino, fino a giungere sotto le mura della stessa città, Guglielmo tornò indietro fino al ponte di s. Procolo e quivi si scontrò col Malatesta (che avuto sentore del suo avvicinarsi si ritirata verso Bologna), e lo sconfisse per modo che ben 300 dei Geremei caddero morti sul campo. In quel fatto d’arme precipitò di sella e si ferì gravemente Alberghetto di Alberico Manfredi, che trasportato poscia in Imola, quivi morì.
Ma i Geremei non si danno per vinti; che avuti rinforzi dalla Lombardia, dalla Toscana, da Imola, dai guefi esuli di Faenza, escono di nuovo da Bologna a devastare il territorio faentino, e l’ 11 di giugno assaltano il castello di Tebano. In quel giorno stesso il Pazzi e Maghinardo, come tutte le milizie del Comune, muovono da porta Imolese contro il nemico e giungono al rio della Cerchia; ma i Geremei evitarono lo scontro, gettandosi nuove scorrerie verso i colli. Intanto Faenza aveva chiesto aiuti a Forlì; e da questa città arrivarono il 13 giugno, con molte forze, Guido di Montefeltro, Guido Novello co ‘l figlio Manfredi, i conti Bandino, Ruggero, Tancredi e Tigrino da Modigliana etc. etc. Cotali milizie, insieme con le faentine, escono a bandiere spiegate, i nobili e cavalieri da porta Imolese, il popolo e la fanteria da porta Ravenna; e scorrendo le campagne di s. Pietro in Laguna per rintracciarvi i Geremei, si azzuffano finalmente con questi, di nuovo presso il ponte di s. Procolo.
Questa volta la battaglia fu veramente grandiosa e micidiale, e finì con la piena sconfitta de’ Geremei, i quali lasciarono sul campo ben 3000 morti e 300 prigionieri. I loro superstiti si ritraessero a difesa del ponte, che i ghibellini, sebbene vittoriosi, non riuscirono a prendere; ma Saputo ne’ giorni seguenti che i Geremei si erano ritirati anche da quel ponte, riprendendo la via di Bologna, i Faentini si recarono con giubilo al disertato campo nemico, e quivi fecero grande bottino, trovando tra gli estinti guelfi i cadaveri di Niccolò Bazisieri, Riguccio Galluzzi, Bartolomeo Basacomari, etc.
Da ciò inanimiti, corrono i ghibellini a nuove imprese; il Montefeltro prende la rocca di Cervia e il castello di Roversano presso Cesena; Maighnardo Pagani e Guglielmo de’ Pazzi occupano Serravalle, castello di Manfredo Manfredi.
La grande vittoria dia molta nominanza ed autorità ai ghibellini di Faenza, si che l’imperatore Rodolfo d’ Absburgo, incoronatosi allora re d’Italia, mandò auguri e saluti amichevoli al Comune faentino, nel novembre 1275, per mezzo del popolo delegato, cancelliere Rodolfo, che venne in Faenza accompagnato dal vescovo di Ferrara e legato pontificio Guglielmo. Accolti con grande pompa di pubblici onori, i due ospiti illustri parlarono al popolo adunato sulla pubblica piazza, la domenica 3 novembre; e Maghinardo Pagani, potestà, giuro solennemente, con i cittadini e militi, fedeltà al sacro Romano Impero.

1276

Nè si arrestano i successi dei collegati ghibellini, tra cui Faenza, e dei quali è ancora anima e capo il fiero Guido di Montefeltro: che nel maggio 1276 è posto assedio alla guelfa Bagnacavallo; e nel giugno, mentre Bagnacavallo si arrende, è agguerrito e fortificato il castello di Cotignola; infine i Faentini occupano al guelfo Ugolino de’ Fantolini, i castelli di Rontana e Quarneto.
Ma ecco un grave pericolo su sovrastar loro di un tratto. Paganino degli Orgogliosi e Guglielmo Ordelaffi, ghibellini forlivesi, dopo un vano tentativo di farsi signori della loro città, si erano rivolti per aiuti a’ guelfi di Firenze e ai Geremei di Bologna, e muovevano ora su Faenza per impedire che questa recasse aiuto ai ghibellini di Forlì.

1277

Ma dinnanzi a tale pericolo i Forlivesi, collegatisi con le forze di Faenza, e duce il glorioso Montefeltro, mossero contro il nemico e lo vinsero a Civitella, il 14 novembre 1277, facendo prigioniero lo stesso Paganino e i suoi figli, trucidati poi nella rocca di Cesena. E il 24 maggio dell’ anno dipoi le milizie faentine, sempre fiere contro gli odiati guelfi, e condotte dal podestà di quel tempo, conte Manfredo di Modigliana, insieme con i Lalbertazzi, allora ricoverati in Faenza, e capitanati dal forlivese Galeotto o Aleotto Pipini, Si azzuffarono presso Imola con monti operai che lavoravano ad un fossato, molti uccidendone e facendone prigionieri.
Al colmo adunque erano giunti in Romagna gli sconvolgimenti e le zuffe e le ire di parte, quando il novello pontefice Niccolò III (Orsini, eletto il 15 novembre 1277), guelfo moderato, penso di svolgere ogni cura a comporre le aspre discordie dei guelfi e ghibellini, e richiese all’imperatore tedesco che, memore dell’accordo recente fra Impero e Chiesa, e del giuramento di fedeltà prestato da molti comuni (fra cui Faenza), raffermarse i diritti e privilegi della s. Sede: il che l’imperatore fece, con diploma dato a Vienna il 19 gennaio 1278.

1278

I bolognesi, in grande timore per le vittorie ghibelline, s’affrettarono a porsi sotto la protezione del Papa; faenza, di parte ghibellina, in ossequio al comandamento pontificio e imperiale, inviò messi al Papa, In Viterbo, Bonaventura Fuscolo e Pietro Cantinelli, il cronista (luglio, 1278). Gli esuli Manfredi inviarono deputati di cui si ignora il nome: dicesi vi fosse, tra gli altri, quel frate Alberico Manfredi, cavaliere gaudente, che dovremo più innanzi ricordare. Niccolò III, poi, il 24 settembre dello stesso anno, creava conte di Romagna il proprio nipote Bertoldo Orsini, mentre il dì dopo nominata l’altro suo nipote, cardinal latino dei Frangipani, legato apostolico per le Romagne, Marche, Lombardia e Toscana, affine di conciliare ovunque le avverse fazioni. Bertoldo prese nell’ottobre possesso di Rimini e di Cesena; ma quivi infermatosi, per non interrompere il riacquisto della Romagna, chiamò da Roma suo figlio Gentile Orsini, e questi occupò Forlì, e il 29 ottobre entro in Faenza (Bonaventura Fuscolo, sindico del Comune, gli consegno le chiavi della città), ove il 31 dello stesso mese veniva bene accolto anche il cardinal Latino. A suggerimento di costoro fu eletto potestà in Faenza dal primo novembre, per un anno, Stefano di Giovanni Giordano Orsini; e il 26 novembre tornato Gentile a Faenza da Imola, ove s’era condotto, facevasi consegnare tutti i prigionieri guelfi, e li mandava ad Imola, come preludio della pacificazione. A conseguire la quale, finalmente, Bertoldo, ricuperata la salute, convocata in Cesena un’assemblea di ambasciatori delle città romagnole, ove furono promulgate le leggi da osservarsi in tutta la provincia; poi recavasi a Forlì, Faenza, Imola, e in quest’ultima rappacificava iI guelfi con gli esuli ghibellini e co’ fuorusciti faentini, ricevendo ostaggi da tutte le parti.

1279

Il 31 gennaio 1279, poi, Bertoldo riconduceva a Faenza i Manfredi e loro seguaci, e il dì seguente, su ‘l poggio di s. Pietro, ossia del maggior tempio, fu solennemente giurata la pace, tra la generale esultanza. Il 2 febbraio ad un gran banchetto, che ebbe luogo nel palazzo comunale per celebrare l’avvenuta concordia, sedettero chierici e laici e magistrati, tra’ quali il conte Guido di Montefeltro, e Taddeo suo cugino ed avversario. In quello stesso anno pacificavansi Lambertazzi e Geremei in Bologna, Polentani e Traversari in Ravenna.
Ma il fuoco covava sotto la cenere. Uscito il conte Bertoldo di Bologna, ecco i Lambertazzi azzuffarsi di nuovo con gli avversari il 22 dicembre, ed essere cacciati dal popolo quali disturbatori della pace pubblica. Tale sommossa ha la sua ripercussione in Faenza, Dove il potestà (Paolo da Rieti, vicario del conte Bertoldo), a trattenere le ire civili, rinchiude nel palazzo pubblico i sopraccio di ciascuna parte; ma invano, perché gli Accarisii tumultuano, e liberano i propri amici, rinfrancati e fatti audaci dell’avvicinarsi de’ Lambertazzi, mentre dei Manfredi parte andavano in volontario esilio (23 dec. 1279), e parte si tenevano prudentemente nascosti. Il conte di Romagna accorre allora da Rimini, e in Faenza raccoglie e conduce seco i Menduli (ghibellini imolesi, che temendo de’ Geremei s’erano qui rifuggiti); trovate chiuse le porte d’Imola, torna a Faenza, d’onde prosegue per Bagnacavallo a comporre nuove minacce liti; ma intanto i profughi Lambertazzi, dopo avere errato quà e là per i colli chiedono e ricevono ospitalità in Faenza (28 dec.) nelle case confiscate agli esuli Manfredi, e tanto divengono fieri ed audaci da parere i padroni e conquistatori della ospitale città. Per tal modo Faenza torna ad essere in balia de’ ghibellini, anche perché i pochi della fazione Manfreda rimasti in città, all’apressarsi de’ Lambertazzi se ne erano fuggiti.

1280

Nel 1280 moriva in Faenza il beato Novellone (il cui nome fu poi dal dialetto faentino corrotto in Nevolone), un calzolaio datosi a vita ascetica, che si fece frate terziario francescano, e pregrinò nella Spagna e nella Galizia, e si ritirò infine tra monaci camaldolesi di austera vita; del quale sopra tutto facciamo qui menzione perché, a testimonianza del Cantinelli, a’ suoi funerali solennissimi presero parte, il 27 luglio, insieme con tutto il popolo e clero, il Potestà, gli Anziani, i Consoli e l’intero Consiglio comunale. Tale notizia del sincrono cronista è per noi preziosa, da che aggiunge ora novella luce intorno alla constituzione del Comune di Faenza nella seconda metà del sec. XIII, ricordando non solo i Consoli (i quali, come già avemmo occasione di dire, dopo la instituzione del potestà si ridussero probabilmente a diventar membri del Consiglio di Credenza), ma anche la novella magistratura degli Anziani.
Questi furono quasi certamente instituiti insieme con il capitano del popolo; ad affermar la qual cosa ci soccorre anche questa volta l’analogia con Firenze, Dove con la rivoluzione del 1250 essendosi la repubblica divisa in due parti (Comune e Popolo), furono alla testa di essa, come governo centrale, posti dodici Anziani di popolo, due per ciascun sestiere, i quali venivano ad un certo modo a riprendere l’ufficio dei consoli, ma ne differivano non solo perché erano popolari, sì anche per l’esistenza del podestà e del capitano, nelle cui mani si trovava ormai principalmente il governo. A Faenza gli Anziani dovettero essere, fino dal principio, solamente otto, due per quartiere, e si dissero anch’essi di popolo, giacché con tale appellativo li troviamo più innanzi ricordati dal Cantinelli.
La prepotenza e i soprusi de’ Lambertazzi furono in Faenza causa di nuovi e memorandi avvenimenti. Mutata la riconoscenza in orgoglio, essi divennero ingrati a’ ghibellini stessi, uno dei quali, Tebaldello de’ Zambrasi (figlio di quel Garatone che nel 1238 era stato ucciso da Amatore Bulzaga), per un’onta ricevuta giurò aspra vendetta. Sembra (così almeno si ritrae da un sirventese del sec. XIII e dal commento di Benvenuto da Imola alla Commedia di Dante) che i Lambertazzi rubassero a costui un porco, e ne facessero allegro banchetto: fatto è che il Tebaldello strinse un trattato co’ Geremei di Bologna, a patto che quel Comune salvasse la famiglia di lui con l’ascriverla tra i propri cittadini, proponendo dar loro in mano Faenza. E così avvenne che all’alba del 13 novembre 1280 il detto Tebaldello, che pare fosse preposto alla custodia della porta Imolese, infranse le serrature di essa porta e l’aprì all’esercito bolognese, che cautamente e col favor della notte s’era avvicinato alle mura. Al grido di “ viva la Chiesa, morte a’ traditori! “ le milizie de’ guelfi Geremei proruppero, adunque, nella città, dove assalirono impetuosamente i Lambertazzi e ghibellini, appena appena riavutisi dallo stordimento. La lotta accanita nelle piazze e nelle vie: Scannabecco Magarotti difese eroicamente il gonfalone imperiale segnale ghibellino, ma cadde ucciso da Guidottino Prendiparti; Ruffino de’ Principi fu morto per mano di Alberto d’Orso dei Caccianemici grandi (famiglia guelfa distinta dall’altra ghibellina dei Caccianemici piccoli); e molti altri morti e feriti vi furono da ambe le parti, finché spossati e vinti i ghibellini fuggirono da porta Montanara, inseguiti dai guelfi vittoriosi ed inferociti; e così prima delle nove antimeridiane (ante coram terciam, dice il Cantinelli) Faenza con tutte le sue robe e provvigioni e ricchezze trovossi in piena balia de’ Geremei, I quali spogliarono perfino degli arredi sacri le chiese, ed altri mali infiniti commisero.
Il Cantinelli, che fu probabilmente fra i testimoni oculari, ricorda tra guelfi introdotti dal traditore nella nostra città Fantolino e Tano figli d’ Ugolino de’ Fantolini (al qual Tano, Tebaldello aveva fino dal 29 aprile di quell’anno data in isposa la propria figliola Zambrasina), e i catani di Sassatello, e Bernardino conte di Cunio, e frate Alberico Manfredi, e Guido da Polenta etc. etc.
Va relegato forse tra le favole il racconto d’alcuni storici (quali il Muzzi, Annali di Bologna, II, e il Ghirardacci, St. di Bologna) secondo i quali Tebaldello, a meglio ricattarsi dell’offesa ricevuta, si sarebbe finito pazzo per non dare sospetto, abbandonandosi alle più matte stranezze, e poi sarebbe fuggito a Bologna con un cotal Gherardone suo amico, ambedue travestiti da frati, a complottarvi co’ Geremei la ruina di Faenza. Osserva infatti il Tonduzzi (p. 315) che se Tebaldello aprire porte, non è da credere che in altro modo ciò potesse fare se non essendo a guardia di esse; e tali officii, in tempi tanto gelosi, non si commettono a pazzi. Un altro errore di certi scrittori (tra i quali il Tonduzzi stesso) fu quello di credere che il tradimento narrato avvenisse non il 13 nov. 1280, sì bene il 24 agosto 1281: che, quanto all’anno, l’errore deriva dall’aver protratta alla meta dell’ 80 la cacciata de’ Lambertazzi da Bologna, quando senza dubbio essa avvenne nel ‘79, per modo che all’ ’ 81 si differì poi il fatto di Tebaldello; e quanto al giorno, basti dire essersi a lungo creduto che la festa detta porchetta, la quale si celebrava in Bologna il 24 agosto, alludesse all’onta fatta da’ Lambertazzi allo Zambrasi, e perciò alla presa di Faenza per opera di costui, anziché commemorare l’entrata di re Enzo prigioniero (come fu dimostrato più tardi): onde facilmente si suppose che il 24 di agosto no Zambrasi avesse proditoriamente data la sua città a’ Geremei.
Del tragico avvenimento corse lungamente la fama in Romagna; e Dante, nel XXXII dell’Inferno, pone, tra gli altri traditori della patria immersi nella ghiaccia fino al capo, anche

“ Tebaldello
Che aprì Faenza quando si dormìa “

1281

Tornata, adunque, la città alle mani de’ Guelfi, questi vi elessero a potestà il bolognese Guidottino Prendiparti, e tentarono subito novelle imprese, giacchè a’ 15 febbraio del 1281 assaltarono nottetempo il castello d’Oriolo, senza però riuscire ad occuparlo. D’altro canto i Lambertazzi e i fuoriusciti ghibellini, riparatisi a Forlì, facilmente indussero il conte Guido di Montefeltro a soccorrerli: e così avvenne che alcuni cavalieri forlivesi giunsero il 4 marzo fino al così detto serraglio del borgo d’Urbecco, attrassero contro di sé tutte le milizie di Faenza, e si lasciarono metter in fuga; ma uscirono allora i Forlivesi co ‘l potestà Guglielmo Francesco Traversari, co ‘l capitano del popolo Guido di Montefeltro, co’ Lambertazzi capitanati da Francesco di Bellibranca, con gli Accarisii, e tutti insieme sconfissero gravemente e respinsero i faentini dentro la città, molti uccidendone e molti traendone prigionieri. E poco dopo (29 marzo) il conte Guido, con le milizie forlivesi, ingrossate da’ fuoriusciti ghibellini di Bologna, Faenza, Imola, dava il guasto nel faentino alla villa di Sarna (a quattro miglia dalla città) e poi (2 aprile) fin presso Faenza, al borgo d’Urbecco, del quale fu atterrata la porta e spianato il terrapieno, si che furon costretti i nostri a restringersi entro le loro mura.

1282

Intanto era morto papà Nicolò III, al quale era successo il 22 febbraio 1282 il cardinale Simone di Tours co ‘l nome di Martino IV; e questi, ben lungi dal seguire i propositi di pace del suo predecessore, collegatosi più strettamente come Carlo d’Angiò re di Sicilia, surrogò a Bertoldo Orsini nella contea di Romagna il francese Giovanni d’Appia (d’Epa), consigliere di quel principe, e s’accinse a ricuperare alla Chiesa quante città fossero sotto il dominio ghibellino. Fallito, adunque, ogni accordo con i ribelli di Romagna, il d’ Appia mosse dalla Toscana, nel maggio, verso Bologna, Imola e Faenza, d’onde, raccolte nuove forze, si dia a scorrerie ed a vani tentativi nel forlivese e nel ravennate; e finalmente, poi che il fiero Guido di Montefeltro si era fatto padrone di Forlimpopoli, Cesena, Cervia, Bertinoro (oltre che di Forlì), il conte di Romagna nella primavera dell’ ‘82, fatto esercito generale contro Forlì, ne incendiò i sobborghi, menandone il bottino e i prigionieri a Faenza. Allora il Montefeltro, raccolse tutte le milizie, le fa uscire il 1° maggio dalla città; e il primo azzuffarsi con le schiere francesi del conte d’ Appia, presso il borgo di Schiavonia, sembra favorevole a queste ultime, che si precipitano entro Forlì a saccheggiare e ad uccidere, con grida di gioia; ma la gioia si tramuta in terrore quando l’accorto Montefeltro assale e batte al di fuori il grosso dei pontificii, menandone strage tale che 8000 ne caddero su ‘l campo, 300 rimasero prigionieri, e con pochi superstiti il conte d’ Appia poté a pena salvarsi in Faenza. Perdettero la vita, in quella grande battaglia, il traditore Tebaldello de’ Zambrasi, Taddeo Novello di Montefeltro, Fantolino d’ Ugolino de’ Fantolini, Ugolino di Manfredo Manfredi, un Guido degli Accarisii, un Rangone, il conte Guido Malabocca di Bagnacavallo etc. etc. L’Allighieri, nel XXVII dell’Inferno, ricordando questa strage di Francesi e di guelfi, allude a Forlì ed al lungo assedio che essa di poi sostenne, con le parole

“ La terra che fè già la lunga prova
E de’ Franceschi sanguinoso mucchio. “

Il conte d’Appia, avute poi nuove forze, tentò una piccola rivincita contro Meldola; ma dopo tre mesi divano assedio, ebbe a tornarsene a Faenza.

1283

E il pontefice, allora, disgustato per tanti, con lettera del 19 marzo 1283 gli sostituì, nell’ufficio di conte di Romagna, Guglielmo Durante. Il quale, rinnovati gli assalti, e posto a Forlì un regolare assedio, riuscì finalmente a impadronirsene, sottomettendo anche Cervia e i vicini castelli, mentre l’indomito Guido di Montefeltro si rifugiava e fortificava nella rocca di Meldola. Ma i successi del Durante continuarono: difatti nel giugno dell’ ‘83 anche Cesena cedeva al governo pontificio, e lo stesso Montefeltro abbandonava Meldola alle armi papali, salve le robe e le persone; si che può dirsi che oramai tutta la Romagna era tornata all’obbedienza della Chiesa, la quale mandò come suoi legati alle città ed ai luoghi sottomessi i cardinali Jacopo Colonna e Girolamo d’ Ascoli, che atterrarono porte e mura, e scacciarono fino ai confini dell’Alpe molti dei Lambertazzi .
S’inizia, adunque, per tal modo un altro breve periodo di relativa tranquillità per la città nostra: ma ben presto ricominciano le ire e le contese, delle quali fu questa volta causa determinante un delitto che rimase tristemente famoso, e che ebbe ripercussioni politiche di grande importanza.

1285

Frate Alberico Manfredi, Cavaliere gaudente, in una grave disputa sorta per ragione di interessi, s’ebbe uno schiaffo da Alberghetto, figlio di Manfredo Manfredi. Quest’ultimo era cugino di frate Alberico, come risulta da una pergamena dell’ Archivio capitolare (del tempo d’Urbano IV, 1261-64) gentilmente comunicataci dal dottor Giuseppe Rossini: il che è confermato da un albero genealogico dell’archivio stesso, da cui ricavasi essere i tre cugini Francesco, frate Alberico e Manfredo figli rispettivamente dei fratelli Alberghetto, Ugolino ed Enrico (nati alla loro volta da un Alberico), dei quali, come vedemmo, il primo morì nel 1275, e l’ultimo fu ucciso nel 1257. Vogliono alcuni che lo schiaffo fosse dato da Manfredo; fatto è ché per l’onta ricevuta, Alberico concepì odio mortale contro que’ suoi congiunti, e contando in cuore la vendetta sotto mentite [1285] apparenze di perdono e di pace, invitò il 2 maggio del 1285 Manfredo ed Alberghetto ad un sontuoso pranzo nella villa di Francesco suddetto, posto nella pieve di Cesato, in luogo detto la Castellina. Su’l finire del convito, quando frate Alberico pronunziò ad alta voce l’ordine “ vengan le frutta “, come a segno convenuto, Ugolino suo figlio, Francesco Manfredi, Surruccio da Petrella, ed altri sei sicari, si lanciarono co’ pugnali levati sui due miseri ospiti, e barbaramente li trucidarono. Da allora, le frutta d’Alberico furono significazione di tradimento: e tale fu l’orrore del nefando assassinio, che Dante se ne fece egli stesso eco eterna quando, nel XXXIII dell’Inferno, pose il frate gaudente fra i traditori dei commensali e degli ospiti, ed in bocca a lui mise le parole:

“ ….. io son frate Alberico,
Io son quel dalla frutta del mal orto,
Che qui riprendo dattero per figo. “

Gli assassini si ebbero in pena il bando della provincia di Romagna, e dal Comune di Faenza: inoltre furono condannati dal conte di Romagna ad una multa di lire 6000 bolognesi per ciascuno i tre Manfredi Alberico, Ugolino suo figlio, e Francesco; ed ad una multa di lire 1000 ciascuno, gli altri sicarii.

1286

I Manfredi così sbandeggiati, dopo inutili istanze per essere accolti di nuovo in patria, non si fecero scrupolo di stringere amicizia con Maghinardo Pagani, caldo ghibellino, nel cui castello di Sosinana trovò sicuro ricetto Ugolino Manfredi, mentre Alberico e Francesco si rifugiavano nel castello di Oriolo, ed altri assassini a Montefeltro e in Toscana. V’ha di più: chè cotesti esuli si accordarono perfino con i fuoriusciti Accarisii e loro partigiani (e il patto d’amicizia fu poi [1286] consacrato dal matrimonio di Ugolino con Patrizia di Guido Accarisii); e il 15 agosto 1286 tentarono invano cacciare da Imola i ministri della s. Sede, ed invano fatte secrete pratiche con gli Orgogliosi di Forlì, tentarono di far lo stesso in tale città. Ma con le forze soprattutto di Maghinardo, riuscirono finalmente il 16 novembre ad entrare in Faenza, e poi in Forlì; e a Maghinardo stesso fu dato l’ufficio di potestà nelle due città non novellamente occupate, sebbene in Forli la potesteria di lui durasse pochi giorni soltanto, per il sopraggiungere del nuovo conte della provincia Pietro di Stefano, proconsole romano. Questi, datosi con vigile cura a comporre gli eterni dissidi fra le ribelli città, convocò in Imola un parlamento di varii comuni; ma dinnanzi alle palese ribellioni dei Polentani di Ravenna, e del Malatesti potestà di Rimini (ormai divenuti ghibellini), decise sottomettere i recalcitranti con la forza, e, per ciò che riguarda Faenza, proscritti e Manfredi e gli Accarisii con i loro fattori, tolse a Maghinardo l’ufficio di potestà, sostituendogli Tebaldo Brusati, il quale resse tal carica per tutto il 1287.

1287

A meglio ottenere il suo scopo, il male avveduto conte spillava denaro dovunque, ed offriva ai fuoriusciti faentini (Accarisii e Manfredi) ed a quelli forlivesi (Orgogliosi ed Ordelaffi) il ritorno nelle rispettive città, a condizione che pagassero alla Chiesa ben 5000 fiorini d’oro. I forlivesi pagarono la loro porzione, ma, ritornati in patria, si videro imposta una nuova taglia, che arditamente rifiutarono; i Manfredi e gli Accarisii nulla pagarono mai, e pure riuscirono il 18 maggio 1287 a rientrare in Faenza sotto la guida di Maghinardo, malgrado il divieto loro fatto dal rettore della provincia, in mezzo a grande esultanza.
Intanto il Malatesti di Rimini, acutamente intendendo che delle invece eravate inimicizie si sarebbe il governo pontificio giovato ognior più, pensò ed ottenne di riconciliare in Forlì gli Orgogliosi e i Calboli, in Faenza i Manfredi e i conti di Cunio; ma il conte di Romagna infliggeva nuove pene e multe alle città ribelli (e da Rimini pretendeva ben 4000 fiorini per il riscatto di Giovanni Malatesti, fatto prigione il 14 giugno 1287 presso Cervia), le quali finalmente, e tra esse Faenza, furono costrette dalla forza a sottomettersi al dominio pontificio, salvi i vecchi diritti e privilegi.
Ciò non ostante, sembra che Maghinardo Pagani conservarse in Faenza molta autorità, se ad istanza di lui, essendo il 12 ag. di quell’anno morto il vescovo Viviano (dell’ingorda avarizia del quale offre il Catinelli una curiosa testimonianza, dicendo che aveva 2000 corbe di vecchio frumento, nè le volea vendere finché la corba non salisse al prezzo di 20 soldi bolognesi), fu il 18 ag. elevato alla cattedra episcopale faentina il nobile fiorentino Lottieri della Tosa, la cui elezione fu fatta nel monastero di s. Pietro in Sala, in quel d’Imola, perché Faenza trovavasi allora sottoposta ad interdetto ecclesiastico. Del quale interdetto il Valgimigli (VI, 18) non trova giustamente altra ragione se non all’avere i Manfredi, quando rientrarono in Faenza nel precedente anno, cacciati dalla città i ministri papali, uccidendone eziandio alcuni.
In questo mezzo Cesena e Ravenna intavolavano fra loro accordi che il prepotente conte di Romagna si studiò di guastare, eccitando nuovi tumulti: e perciò il novello papa Nicolò IV gli sostituì nell’ufficio Ermanno Monaldeschi, il quale, accolto con grandi onori a Faenza il 13 maggio, convocò il 16 in Forlì un parlamento dei delegati delle città romagnole, a fine di instituire un po’ di tranquillità durevole.

1289

Invano: chè gli scompigli perdurano, cagionati soprattutto dal non potersi comporre in Forlì gli odi fra i Malatesti esuli e i loro nemici; onde in breve al Monaldeschi sostituì il papa, nel 1289, il novello conte Stefano Colonna.

1290

Questi, convocato anch’egli un parlamento a Forlì, chiese obbedienza in nome del pontefice, impose taglie, si ebbe le consuete promesse (fallaci sempre!) di sottomissione; indi, il 5 gennaio 1290 fu ricevuto con molta festa in Faenza, ove per il 1.° semestre erano stati nominati a potestà Simone Lambertini, ed a capitano del popolo Maghinardo Pagani (questi vi aveva esercitato la podesteria nel 2.° semestre del precedente anno). Proseguì poscia il Colonna per Imola e Ravenna; poi a Rimini rappacificò i Malatesti con quel Comune. Ma ecco scoppiano nuovi tumulti in Rimini: chè la sera del 16 aprile, per un insulto fatto dai seguaci e famigli del potestà Orso di Matteo Orsini, in un co’ seguaci di un Martino Cataldi, allo stesso conte di Romagna, si ebbe una fiera sommossa e una lotta sanguinosa tra i partigiani del colonna e quelli dell’Orsini; e quest’ultimo, vinto, fu deposto dall’ufficio e incarcerato. Di peggio successe a Ravenna, Dove volendo il Colonna imporre ad Ostasio da Polenta, potestà, ed a Lamberto suo fratello, la pronta restituzione della città al diretto dominio ecclesiastico, scoppiò nella notte 10-11 novembre una micidiale zuffa, durante la quale il Colonna stesso fu fatto prigioniero dai Polentani. I disordini si propagano a Faenza, d’onde I Manfredi, intimoriti per la corsa voce della prigionia del conte, si partono in fretta, ritornando però di lì a poco con tante e tali forze di amici e seguaci che i loro antichi avversari, gli Accarisii, gli Zambrasi, i Rogati, se ne fungono alle loro volta, lasciando la città in piena balia de’ Manfredi, i quali sfogano liberamente i loro rancori, ed a maggior guardia muniscono di fosse il borgo d’Urbecco. Ne’ i fuoriusciti perdono tempo: si uniscono infatti con Maghinardo Pagani, raccolgono essi gran numero di armati, ed accostandosi il 25 nov. alla città, mettono dal canto loro tale spavento ne’ Manfredi, che questi se ne vanno per la seconda volta. Tornata così a reggimento ghibellino, Faenza elegge a podestà Lamberto di Guido da Polenta, ed a capitano del popolo Maghinardo Pagani; i quali, su ‘l cadere di quell’anno 1290, raccolte le forze ghibelline di Guido da Polenta, del Malatesti di Rimini, di Malatestino potestà di Cesena, di Ravenna, Forlimpopoli, Bertinoro, s’impadroniscono di Forlì il 20 dicembre; e il di dopo, Maghinardo assale ed espugna valorosamente a Francesco Manfredi il suo castello di Baccagnano.

1291

A porre un rimedio a tali successi ghibellini, papa Niccolò IV nominò conte e rettore di Romagna Ildebrandino, figlio del conte Guido da Romena, vescovo d’Arezzo. Questi intimò tosto ad Ostasio e Lamberto da Polenta la scarcerazione del conte di Romagna Stefano Colonna, convenendo con essi che fosse loro condonata ogni ingiuria, purché pagassero 3000 fiorini d’oro a reintegrazione dei danni fatti; e proprio in Faenza furono adunque condotti il 24 gennaio 1291, e consegnati a Idelbrandino medesimo, Stefano Colonna e i suoi, e con solenne sentenza del rettore liberati. Convocato quindi un nuovo Parlamento a Forlì, nel quale in pose alle città una tassa annuale di ben 20.000 fiorini d’oro, Idelbrandino riconciliò in Imola i Nordigli con gli Alidosi, poi si avviò a Faenza; ma i ghibellini quivi imperanti, Temendo che egli venisse a rimettervi i Manfredi, si levarono in arme, onde il saggio conte, prudentemente tenendosi fuori delle mura, per la via del ponte d’Arco se ne andò a Forlì.

1292

Quivi non riuscendo a riscuotere i tributi imposti, raccolse contro i ribelli molte milizie; Forlì allora imploro (3 febbraio 1292) il soccorso di Faenza, e i faentini, sotto la guida del potestà Ranieri de’ Calboli (o da Calbolo) e del capitano del popolo Maghinardo (che era stato raffermato in cotal carica), volgono in fuga oltre 400 cavalieri del conte di Romagna, tra i quali Alessandro e Aghinolfo da Romena, Fratelli del conte stesso, Pietro di Castrocaro, frate Alberico Manfredi, e molti altri. Aghinolfo e il figlio Alberto furon condotti prigionieri a Faenza; degli altri alcuni ripararono a Bertinoro ed a Cesena.
Fatto ardimentoso dai successi, Maghinardo espugna il 14 marzo il castello di Monte fiore, e il 27 quello di Meldola; e intanto, mentre gl’Imolesi cacciano il potestà dato loro dal conte di Romagna, Pace da Castello, i comuni di Ravenna, Faenza e Forlì, stretti in una lega gibellina, della quale è gran parte il prode e sagace Maghinardo, e lieti di accogliere sotto le loro insigne tutti i nuovi malcontenti, tentavano invano, il 16 aprile, di ribellare alla Chiesa Cesena, dimora del conte di Romagna.
Nel maggio 1292 Maghinardo espugna al conte Alessandro da Romena il castello di s. Cassiano; poi, per procurar vantaggio alla sua parte, invia al conte di Romagna i prigionieri Aghinolfo da Romena e suo figlio (fratello il primo, nipote il secondo di quel conte), promettendo loro piena liberazione ove avessero ottenuto leale condizioni di pace; ma dall’esito di tali pratiche nulla si seppe, e certo è che il conte Aghinolfo trovavasi libero, alla fine di quel mese di maggio, a Castrocaro. Certo è, parimente, che nel giugno gli armati delle tre città ghibelline alleate vanno a dar guasti in quel di Cesena, ed il giorno 16, in riva al savio, stringono un trattato co’l Malatesti di Rimini e con Malatestino suo figlio; onde il primo diviene potestà di Cesena, il secondo di Bertinoro, e le due terre sono così ricevute nella lega ghibellina. Della quale, divenuta veramente forte e temibile, si procede perfino alla elezione di un capitano generale, nella persona del conte Bandino di Modigliana. Spontaneamente si sottomettono allora i castelli di Romagna (asilo di parecchi fuoriusciti guelfi, tra cui frate Alberico Manfredi e suo figlio Ugolino, detto Buzzuola), di Quarneto e di Fognano, che erano proprietà di Francesco Manfredi, il quale, giurata obbedienza, si ritirò a confine in Rimini.
Intanto il 4 aprile 1292 era morto Niccolò IV; e mentre le discordie fra cardinali ritardavano l’elezione del successore, Idelbrandino, a cui non rimanevano se non Castrocaro e Dovaldola, per ricovero più che per dominio, si rivolse per aiuto a’ Bolognesi, offrendo loro la custodia d’Imola e di Medicina. S’affrettarono essi a prender possesso delle due terre, co’l nominarvi de’ potestà bolognesi; ma invano proposero poi a’ rappresentanti della lega gibellina un compromesso da farsi nel Comune di Bologna; e un novello rifiuto diè indi a pocco Faenza, Quando i bolognesi ripeterono l’invito insistendo perché il potestà Basacomare de’ Basacomari, i conti di Cunio, Guido di Raule e Maghinardo Pagani, riconfermato capitano del popolo, facessero valere l’autorità loro su’ Faentini recalcitranti. Che anzi, temendo ora i ghibellini di Faenza la vendetta de’ guelfi di Bologna, si dettero a a fortificare la loro città; e Maghinardo, il 31 d’agosto 1292, al suono della campana del palazzo, riunì cittadini e foresi a scavar fossati ed a compiere indefessamente le opere necessarie, sotto gli occhi stessi del bolognese Basacomari, potestà, al quale la lezione consigliò di rassegnar ben tosto l’ufficio e partirsene. A cotali opere di difesa lavorarono nel comune interesse anche gli altri alleati ghibellini, come le milizie di Forlì, e il Podestà Malatesino co’ suoi Cesenati, Ostasio da Polenta co’ suoi Ravennati, Bernardino da Polenta co’ Cerviesi, Giovanni Malatesti detto lo zoppo (Gianciotto) co’ Riminesi, e le genti di Bertinoro, Castrocaro, Bagnacavallo, e perfino il capitano generale della lega Bandino da Modigliana; così che tutti raccolti formavano un poderosissimo esercito (quale in Faenza non s’era mai visto) di circa 30.000 fanti e più migliaia di cavalli, a testimonianza della vastità e forza della lega.
Tutto ciò intimoriti anche la repubblica di Firenze, che inviò come paciero Gentile di Bertoldo Orsini; ma poiché costui osava proporre ai Faentini la distruzione delle loro fortificazioni, ebbe a ripartirsene senza frutto alcuno.

1293

Dopo di che, la lega ghibellina prendere l’offensiva; e il 17 settembre 1292 Maghinardo fortifica Rontana, nel gennaio del 1293 espugna la rocca di Montemaggiore, che apparteneva al conte Alessandro da Romena. Continuava egli, infatti, ad essere raffermato nell’ufficio di capitano del popolo, che teneva ormai, e con plauso universale, da gran tempo, mentre, per ciò che riguarda la carica di potestà, partito, come dicemmo, il Basacomari, si succedettero in essa Bernardino di Guido da Polenta e Giovanni figlio del Malatesti di Rimini.

1294

In quel medesimo anno moriva Guido da Polenta, e vogliono alcuni che per cotal morte divenisse più facile la trattazione della concordia fra il conte di Romagna e i Bolognesi da un lato, e la lega ghibellina dall’altro: certo si è che, per la testimonianza del Cantinelli, il 26 maggio 1294 in Forlì fu stipulato un istrumento di pace fra il conte Ildebrandino e Faenza, Forlì, e altri signori delle città romagnole. Di tale accordo si videro ben presto gli effetti quando, scoppiato un tumulto fra aderenti e nemici del conte in Tossignano, Ildebrandino mandò per soccorsi a Maghinardo, e questi, generoso e prode, il 29 maggio s’avviò a quel castello, sottomettendo di nuovo, più con l’autorità del suo nome e della sua presenza che con le armi, alla giurisdizione del rettore della provincia. E sempre in conseguenza del predetto accordo, il dì 11 giugno in Faenza il proposto del Capitolo, per incarico avutone dal vescovo Lottieri (a cui il conte aveva dato il relativo mandato), insieme con Manente, proposto di Rimini e giudice delegato del conte di Romagna, prosciolse i Faentini da ogni scomunica ed interdetto in cui erano incorsi; e tale assoluzione ricevettero a nome dell’intera città i sindici (procuratori) del Comune Niccolò da Zagonara e Pietro Cantinelli, il cronista. La notizia che quest’ultimo ci dà di tal fatto nella sua cronica getta novella, importantissima luce sulla costituzione del Comune di Faenza in quel tempo, dappoichè attesa come, per la detta cerimonia, furono convocati, nel palazzo del Comune, il Consiglio del Popolo, il Consiglio Generale, il Consiglio degli Anziani, il consiglio di Credenza dei venti sapienti, e il Consiglio di Credenza dei quarantotto sapienti. Ed a chiarire il diverso ufficio di queste molteplici assemblee, noi ricorreremo ancora all’anologia con Firenze, arguendo che il Consiglio generale ed uno de’ Consigli di Credenza rappresentassero il Comune, sotto la presidenza del potestà; che il Consiglio del Popolo rappresentasse il Popolo, sotto la presidenza del capitano, il quale si ebbe parimente co’l tempo anche un suo consiglio speciale, o di Credenza: e che, infine, anche agli Anziani fosse dato un loro proprio consiglio, precisamente come a Firenze, dove esso fu formato di trentasei Buoni Uomini di popolo. Il qual frazionamento di poteri, nell’amministrazione e nella vita del Comune, non parrà, punto strano a chi conosca un tantino lo spirito della politica interna delle città medievali.
La concordia sfumò ben presto. Il 2 luglio, rimpatriati in Forli gli Orgogliosi, vi scoppiarono tumulti tali, che i Faentini dovettero accorvervi; ma non reggendo i Calbolesi a sostenere la lotta (25 agosto), furono cacciati dalla città. Sopraggiuntovi il dì dopo Maghinardo Pagani, sette egli con la sua forza e co’l suo prestigio sedare ogni moto; chè anzi, i Forlivesi, entusiasti di lui, lo elessero dapprima capitano del popolo per pochi giorni, e poi potestà.
A Ildebrandino succedette intanto, nel reggimento della Romagna, Roberto di Gornay, il quale, accolto il 2 nov. con le solite feste in Faenza, ricevette dalla città ben 2000 fiorini in compenso della assoluzione di essa da tutte le pene ecclesiastiche; il 10 nov. poi, in un parlamento raccolto ad Imola, il novello conte comunico ai rappresentanti delle città romagnole le constituzioni e gli statuti da lui imposti alla provincia; ma i ravennati non li accettarono, facendo solenne legale protesta, cui fu testimone il potestà di Faenza, Rosso della Tosa. Era acquisti quell’avido, e fazioso, e violento uomo che Dino Compagni ricorda della sua cronica, e che sposò Piccarda Donati, già “ vergine sorella ” e dal fratello Corso rapita a forza, per tal matrimonio, “ fuor della dolce chiostra “ (DANTE, Paradiso, III).

1295

Successo poi sulla sedia papale, dopo il “ gran rifiuto “ di Celestino V, Bonifazio VIII, questi sostituì a Roberto, nella contea di Romagna, Pietro Gerra arcivescovo di Monreale, il quale, entrato in carica il 10 aprile 1295, addimostrò subito una ferrea energia. Dai Imola, infatti, impose Maghinardo di deporre l’ufficio di capitano, (e quegli ossequente obbedì); poi, tenuta in Imola la solita dieta generale, reclamo a sè il diritto di assoldare milizie, e di sottoporre ciascuna città ad un’imposta a suo beneaplacito: onde Faenza fu costretta al pagamento di 4200 lire ravennati, corrispondenti ognuna ha più che 5 lire italiane odierne. Ciò non ostante il conte Pietro fu ricevuto l’8 maggio con grandi feste in Faenza; ma tre giorni dipoi, Avendo i conti di Cunio Ranieri, Bandezato e Bernardino, fatta istanza a lui perché si distruggessero le fortificazioni di Faenza (e ciò per togliere ai ghibellini il modo di offesa e di difesa), Maghinardo co’ suoi si levò contro minacciosamente, e già stava per iscoppiare grave conflitto, quando il conte Pietro tronco la questione mandando a confine a dieci miglia fuori della città i sopracciò di ciascuna fazione (Maghinardo, ancora ossequente, si ritirò nel suo castello di Benclaro); e tolti così di mezzo e disturbatori, Pietro fece eleggere sè stesso capitano del popolo, nominando suo vicario in tale ufficio un Napoleone da Rieti. Nello stesso giorno (15 maggio), il consiglio generale eleggeva il conte a successore del Della Tosa nell’ufficio di potestà; dopo di che, raccolta nelle sue mani la somma del potere, il rigido conte, in un pubblico parlamento convocato sulla piazza maggiore il 17 maggio, bandì leggi e constituzioni nuove, ottenne piena facoltà di riforma, ebbe in sua mano ostaggi d’ambe le fazioni. Poi con fulminea rapidità invito Alberico e Francesco Manfredi, Ranieri e Bernardino da Cunio, Maghinardo Pagani, Guido di Raule de’ Zambrasi e Taddeo Accarisii, ad una radunanza nel castello di Oriolo, per la generale riconciliazione: e questa fu raffermata (1 giugno) sulla piazza pubblica, presenti il conte ed il vescovo Lottieri, tra la generale allegrezza. Così pacificavansi, tra gli altri, anche il conte Alberico di Bernardino da Cunio (marito di Beatrice, figlia di quel Manfredo Manfredi a tradimento ucciso nell’85) con gli autori dell’empio assassinio, nel suburbano convento delle Clarisse. Dopo che, ciascuno dei capi si ridusse al luogo assegnatogli a confine, e rimpatriarono invece quelli del popolo che erano esuli da gran tempo.
Tornati adunque guelfi e ghibellini in Faenza, quelli presero a lamentarsi della soverchia benignità dal conte usata, secondo loro, verso di questi; e il 2 agosto, fermi in cuore di cacciare una buona volta gli odiati ghibellini, corsero la città levando il popolo in armi, al grido di: “ ecco i Forlivesi “; ma furono pronti ad intervenire Maghinardo, gli Zambrasi e gli Accarisii, rimanendo le due parti a versare a scambiarsi ingiuria, senza però mettersi le mani addosso, e poi ritirandosi ciascuna, e fortificandosi. Ma non contenti i guelfi, Guidati da Ugolino e Francesco Manfredi, da Ranieri, Bandezato e Bernardino da Cunio, da Enrichetto de’ Rogati, corsero alla porta Ravenna e se ne impadronirono tosto, cacciandone il presidio del conte di Romagna; onde il prudente Maghinardo, a trattenere nuovi pericoli alla parte sua propria, e perché la città si conservasse (contro alle turbolenze degli stessi guelfi) nell’ordine già stabilito dal conte, con finissimo accorgimento invio, egli che pure era in sostanza un ghibellino, il suo procuratore e notaio Amorosino a capitano del popolo Napoleone da Rieti, ad offrire l’aiuto suo e de’ suoi amici alle armi “ della santa romana Chiesa “, ed in servigio del conte. Accettata che fu la generosa offerta, Maghinardo, Guido di Raule Zambrasi, Taddeo e Guido Accarisii, co’ loro seguaci, marciarono il 3 agosto verso la contesa porta Ravenna (intorno alla quale i guelfi aveano in parte abbattute le fortificazioni, per facilitar l’ingresso in città ad un esercito bolognese che si avvicinava), e la riconquistarono strenuamente, ponendo in fuga i guelfi, de’ quali fu morto (tra molti altri uccisi od affogati nel vicino canale) un Manfredo da Marzano. È così, cacciati i Manfredi, ecco la città nuovamente nel dominio de’ ghibellini che, fidi agl’impegni presi, la rimettono nelle mani del conte di Romagna.
Ma il nobile atto fu male inteso dal cruccioso papa, il quale, disgustato per cotali amori ghibellini del Monreale, lo rimosse dall’ufficio, ponendo in sua vece Guglielmo Durante, vescovo di Mende, che fu così rettore di Romagna per la seconda volta. Il Durante radunò il 27 ottobre in Cesena il solito parlamento; poi, con la lettera del 10 dec. al capitano del popolo, al potestà, agli anziani e consiglio generale di Faenza, ingiunse a quest’ultima di nominar sei delegati a trattare una composizione tra guelfi e ghibellini; ma il convegno tra i messi delle due parti non ebbe poi luogo, sia per il mutato e malo animo del conte verso i ghibellini, sia per le sempre cambiate sedi del convegno medesimo, il quale per ultimo dovea aver luogo in Rimini, dove il Comune di Faenza, tenendosi beffato ed appellandosi direttamente al papa, Non volle mandare i suoi rappresentanti.

1296

Nel 1296, poi, un nuovo successo rallegrò i ghibellini. Strettesi in lega Parma e Bologna, per opporsi alle ambiziose mire del marchese di Ferrara Azzo VIII d’Este, quest’ultimo si unì in Argenta con Maghinrdo Pagani (che il 13 marzo avea presa la rocca di Calamello, togliendola ad un presidio guelfo), con Scarpetta Ordelaffi di Forlì, con Uguccione della Faggiuola, con i fuoriusciti Alidosi d’Imola e Lambertazzi di Bologna, E con gli altri ghibellini di Ravenna, Rimini, Bertinoro: e tutti insieme tramarono di toglier Imola ai Bolognesi. Il durante seppe dell’ardito disegno, e avvertì Bologna, la quale a guardia d’Imola inviò 4000 fanti e molta cavalleria; se non che, raccoltisi il primo d’aprile in Faenza Pietro Abbate (zio d’Azzo) con le genti di Ferrara, Galasso conte di Montefeltro co’ suoi di Cesena e Forlì, le milizie dei collegati ghibellini d’Arezzo e 400 fanti del conte di Modigliana, ed unitesi tali forze con quelle faentine guidate dal potestà Anselmo da s. Lorenzo di Campania, dal capitano del popolo Napoleone da Rieti, a Maghinardo Pagani, tutta questa formidabile oste ghibellina mosse verso Imola, varcò abilmente il Santerno, sebbene fosse gonfio d’acque, e piombò impetuosa su ‘l nemico, sbaragliandolo ed inseguendolo fin dentro Imola, con grande strage. Invano i guelfi vollero di nuovo opporsi, sulla piazza della città, all’urto ghibellino; invano cercaron rifugio nel palazzo pubblico, a cui gli avversari appiccarono il fuoco; chè alla perfine dovettero rendersi prigionieri, in numero di ben duemila, a Maghinardo (che fu il vero capo ed organizzatore dell’impresa); ed Imola divenne asilo degli amici di parte ghibellina, ed ebbe da essi a podestà Caccia da Castello, personaggio potente.
Per questa sconfitta dei bolognesi tale fu il timore inspirato da Maghinardo che i conti di Sas saltello e di Cunio furon costretti ad abbandonargli i loro castelli, tosto distrutti. E intanto il conte di Romagna, acceso d’ira per l’appello diretto da’ ghibellini faentini al papa, pronunciata contr’essi severissime pene, chiamandoli perturbatori della pubblica pace, e il 16 maggio metteva al bando della provincia I conti Bandino, Tigrino, Tancredi, Facio, Ruggero e Gualtierio, figli di guido de’ conti Guidi da Modigliana. Ma nè minacce nè pene valsero a fiaccare l’ardimento e l’orgoglio de’ ghibellini: chè Maghinardo, Eletto per 15 mesi a capitano del popolo, con le milizie faentine espugnava nuovamente a Francesco Manfredi il castello di Baccagnano; e tornato di poi nel contado bolognese a capitanarvi le milizie della lega con l’Estense, avendo saputo che i nemici avevan presa in quel d’Imola la rocca di Stifonte (e v’era caduto il fratel suo Ugolino), pien d’ira e di dolore mosse subito alla ricuperazione di quel castello, e sì fattamente lo strinse, che il 20 giugno lo ebbe in sua mano, e passo a fil di spada l’intiero presidio. Nel luglio, poi, insieme con Galasso conte di Montefeltro, Maghinardo assediò Castelnuovo, che era de’ Calboli, fuoriusciti guelfi di Forlì; ma a vendicar questi ultimi, i guelfi ravennati, cerviesi e bertinoresi assaltarono Forlì, uccidendovi quanti ghibellini fu loro possibile. Alle rumore di tale offesa accorsero gli assedianti di Castelnuovo, e ricuperarono la città, facendo alla lor volta strage dei guelfi, tra cui Rinieri e Giovanni, fratelli de’ Calboli.
Del primo de’ quali Dante tramandò ai posteri la fama con la terzina:

“ Questi è Rinier, quest’è il pregio e l’onore
della casa da Calboli, ove nullo
fatto s’é veda poi del suo valore “
(PURG., XIV).

Intanto, Mentre a Faenza succedeva ad Anselmo predetto, nell’ufficio di potestà, quel Marchese di Superbo Orgogliosi che Dante ricorda nelle XXIV del Purgatorio, tra i golosi, Maghinardo Pagani, còlto il buon momento che i Bolognesi erano altrove distratti, mosse il 22 sett. con le milizie di Forlì, Imola e Faenza all’assedio di Massalombarda, che era de’ Bolognesi stessi. E tale assedio durava da otto giorni, quando venne l’ordine di toglierlo da parte del novello conte di Romagna, Massimo da Piperno, sostituito al Durante; ma ben lungi dall’obbedire, Maghinardo, avuta notizia che i bolognesi avevano attaccata Imola, accorse alla difesa di quella città, e il nemico fuggì al primo apparire delle armi ghibelline. Le quali, adunque, non se ne stavano; chè anzi, successo il conte Galasso di Montefeltro a Maghinardo nell’ufficio di capitano generale della lega, volendo egli rivaleggiare con il suo forte antecessore, occupò, o per sorpresa, o per segreto accordo, Forlimpopoli; e intanto, mentre (al dir del tuo Tonduzzi) i Bagnacavallesi aderivano alla lega, i ghibellini di essa nei mesi di agosto, settembre e ottobre s’impadronivano ai vari castelli (Meldola, Castel Salutare, Monticolo), come attestano le pene loro inflitte dalla s. Sede. Il 6 novembre, poi, Maghinardo invano recato aiuti al castello di Bazzano assediato dai Bolognesi, i quali in un mese se ne impadronirono.
Nella solita assemblea indetta frattanto dal conte di Romagna in Ravenna per il 7 novembre, ben pochi rappresentanti delle città, e solo guelfi, intervennero (tra essi il tristamente famoso frate Alberico); onde il conte lanciò minacce e decreti contro le città ghibelline. Ma Faenza, come già al tempo del precedente rettore, se ne appellò direttamente alla s. Sede. E mentre si facevano tali pratiche, al di là del Po con l’Estense con venivano I capi ghibellini non solo per raffermare le prime alleanze, ma per stabilire un vero piano di guerra: e il 20 decembre il conte Galasso e Maghinardo venivano eletti capitani generali della lega, presenti gli oratori di Cesena, Forlì, Faenza, Imola, Castrocaro e Bagnacavallo.

1297

Se non che, l’altro ufficio di generalissimo fu poi dato, il 2 maggio del seguente anno (1297), al forte condottiero pisano Uguccione della Faggiuola, che fino dal 21 febbraio era venuto in Romagna a dirigervi la lega; il quale, giunto a Forlì insieme con Odelaffo Ordelaffi (eletto potestà di Faenza il 10 marzo, per un semestre) e sorretto dà Maghinardo con le milizie faentine, assali e prese subito la rocca e la terra di Lugo, che si arresero onorevolmente.
Dieci giorni dopo (13 maggio) Uguccione diè il guasto nel territorio di Castel s. Pietro, menando prigioni e largo bottino ad Imola, ove si congiunse con gli alleati ghibellini di Arezzo, e con i Cesenati, Forlivesi, Castrocaresi del conte di Montefeltro. Muovono allora incontro a lui i Bolognesi, ponendosi a campo a Castel s. Pietro; d’altro canto Maghinardo dalla fortificata rocca d’Acquavia manda soccorso ai suoi a Massa Lombarda, e tenta chiuder la strada all’esercito di Bologna. Il 17 maggio, Uguccione usciva da Imola a bandiere spiegate, ma i guelfi bolognesi ricusarono battaglia e temporeggiarono: il che fu argomento di gioia a’ ghibellini, come di ottenuta vittoria.

1298

Ma l’urto fu soltanto differito; chè, dopo l’espugnazione E la distruzione del castello di Gaggio (di Uguccione Sassatelli), operata da Maghinardo l’8 luglio a vendetta contro i Tossignanesi guelfi, il 18 giugno del 1298 le milizie faentini mossero verso Imola, per respingere i Bolognesi: ed incontratesi le due osti guelfa e gibellina al fiume Sillaro, ivi fu una terribil battaglia, nella quale la sospirata vittoria rimase indecisa, tra tanto spargimento di sangue. Dopo di che, la lotta si fraziona in piccoli fatti d’arme: contro la indomabile Massa Lombarda Maghinardo dirige lì presso un forte da lui medesimo fatto poi atterrare; indi, unitosi con il Montefeltro, dà il guasto il 5 settembre ne’ dintorni di Medicina; e il 14 ottobre insieme con Bandino da Modigliana, conte palatino e potestà di Faenza, muove su Lugo e poi su Roncadello, per impedire a’ Bolognesi di rifornire certamente di viveri la ribelle Massa Lombarda; ma forti piogge tolsero agli uni ed agli altri la fine dell’impresa.

1299

Ed ai fatti della guerra generale mescolavansi intanto sommosse ed agitazioni particolari: così troviamo che il 7 marzo 1299 il vescovo Lottieri scomunicata gli abitanti e il castello di Oriolo per aver essi, nel decorso febbraio, Assalito il palazzo in cui trovavansi l’arcivescovo ravennate Opizzone ed egli Lottieri, tentando di ucciderli entrambi, e ferendo e percuotendo i loro famigli (della qual rivolta contro i due presuli non si conosce la ragione).
Le lunghe lotte indussero finalmente a trattative di pace generale (mediatrice la repubblica di Firenze), fra i Bolognesi e gli Estensi, i Geremei ed i Lambertazzi, i guelfi e la lega ghibellina: trattative laboriose, difficili e lunghe, che qui rapidamente riassumeremo in quella parte che riguarda la Romagna, e delle quali fu anima frate Angelo de’ Predicatori. Un primo congresso fu tenuto in Castel s. Pietro il 5 aprile; ma le discussioni, interrotte e riprese più volte (13,15, 17 aprile), trovavano sempre un ostacolo nella pretesa de’ Bolognesi, di avere ciò è Imola novellamente in custodia, a ciò rifiutandosi gl’Imolesi assolutamente. A rimuovere cotale difficoltà intervennero Matteo Visconti, capitano del popolo di Milano, ed Alberto della Scala, capitano del popolo di Verona, i quali inviarono i loro ambasciatori il 31 aprile a Faenza, presso Maghinardo, ove convennero anche i rappresentanti del marchese Azzo VIII d’Este del Comune di Bologna. Quattro giorni dopo si recavano a tal uopo a Bologna lo stesso Maghinardo, capitano del popolo e provvisoriamente anche potestà di Faenza (per rinunzia del conte Bandino da Modigliana), e il Novello capitano generale della lega, Zappetino Ubertini, potestà di Forlì, e Galasso di Montefeltro, potestà e capitano di Cesena, e il potestà di Castrocaro. Il 29 aprile, poi, presso Castel s. Pietro, in luogo detto Monte del Re, fu tenuta una nuova riunione: e quivi i ghibellini, sempre contrari a cedere Imola a’ Bolognesi, si mostrarono disposti invece ad affidarne la custodia a Matteo Visconti e ad Alberto della Scala, I quali avrebbero dovuto designare per l’avvenire il potestà; e intanto, avuta promessa che Imola sarebbe stata prosciolta da ogni bando e condanna, Così come tutti gli altri ghibellini, a testimonianza di fiducia eleggevano lo stesso potestà di Bologna, Ottolino da Mandello, a capitano generale della loro lega. Accettata la qual carica co ‘l consentimento del Consiglio bolognese, la sospirata pace fu alla perfine stipulata il 4 maggio, con legale scrittura. A questa pace, in sostanza, erano inclinati gli animi e gl’interessi di molti: è da notare come segno de’ tempi, infatti, che nel precedente anno Maghinardo Pagani, capitano del popolo di Faenza, e Galasso di Montefeltro, capitano di Cesena, sebbene ghibellini, avevano prestato aiuti a Bonifazio VIII, Quando questi mosse una crociata contro i Colonnesi ribelli, e prese loro il castello di Palestina (sett. 1298) a proposito di che, degli inganni usati e de’ fraudolenti consigli onde il vecchio Guido di Montefeltro (che fino dal 1296 s’era reso frate francescano in Ancona) è incolpato da Dante e mandato all’inferno (XXVII, 67 sgg.), nulla regge alla critica severa (cfr. L. TOSTI, Bonifazio VIII, Monte Cassino, 1846, II, 268-81).

1300

Avvenuta la concordia, diremo così, Diplomatica generale, era pur sempre da provvedere alla pacificazione interna delle province, tuttora agitate dagli odi di parte; onde, a ridurre veramente in sottomissione alla Chiesa, Bonifazio VIII inviò nel maggio 1300, quale legato, il cardinale Matteo d’Acquasparta; e questi, dopo avere invano cercato di rappattumare i Bianchi e i Neri in Firenze, fu a Bologna, Imola, Faenza (9 dec.), ove nella cattedrale consacrò un vescovo, non si sà di qual diocesi, e certo non della faentina, la quale era tuttavia retta dai Lottieri della Tosa.

1301

Il 14 febbraio 1301, poi, il legato pontificio convocò in assemblea a Canazosia (a’ confini del territorio ravennate con il faentino) i principali della provincia, tra cui il capitano di Cesena Federico, figliuolo di Guido da Montefeltro, e Maghinardo Pagani, che reggeva il capitanato del popolo contemporaneamente a Faenza, Forlì, Imola; ma sembra che poco o nulla si concludesse, da che all’Estense non era piaciuta la recente conclusione di pace, e apertamente s’accingeva ad una ripresa d’armi, mentre dall’altro canto i Bolognesi, intimoriti, richiedevano di aiuti le città di Romagna, tra le quali Faenza, che inviò il soccorso di 300 uomini d’arme. Si strinse ora, adunque, una nuova lega tra Bologna, Forlì, Faenza, Imola, insieme con i Bianchi di Firenze e co’ Pistoiesi; ma Bonifazio VIII, a cui doleva non poco tutto cotesto subbuglio, si rivolse al fratello di Filippo IV, re di Francia, a Carlo di Valoris, invocando l’intromissione straniera a difendere il suo proprio interesse, minacciato (come gli facevano credere i Neri fiorentini) dalla risorgente fazione ghibellina. E così avvenne che il Valois fu dal Papa eletto non soltanto capitano delle milizie pontificie, e signore della marea d’Ancona, e paciero in Toscana, sì anche conte di Romagna (3 sett.): nel quale ultimo ufficio, essendo Carlo assente, fu sostituito da Iacopo Pagani, Vescovo di Rieti, che ebbe anche il rettorato nelle cose spirituali della provincia.

1302

Ognun sa, poi, come in Firenze il Valois desse iniquamente, per far cosa gradita a Bonifacio VIII, la prevalenza ai Neri, e come insigni uomini di parte Bianca, tra cui Dante, fosser cacciati in esilio con sentenza del 10 marzo 1302; i quali esuli in parte rifugiaronsi in Romagna, bene accolti dalla nuova surricordata lega. Troviamo a tal proposito, anzi, che un Guidolino de’ Zalafoni, oratore faentino dinanzi al consiglio generale di Bologna, espose avere Faenza deliberato di aiutare gli “ estrinseci Bianchi “ di Firenze (i quali trovavansi allora all’assedio di Montepulciano), e che i Bolognesi concedessero “ per la conservazione di Faenza “un soccorso di milizie. Queste, unite con le faentine e con quelle d’altri luoghi di Romagna, marciarono poi sotto la guida di Scarpetta degli Ordelaffi contro Montepulciano e contro il Mugello; ma l’impresa finì dolorosamente con la sconfitta de’ Bianchi per opera de’ Neri di Firenze.
Il malgoverno del conte di Romagna indusse indi il papa a sostituirgli in carica, nelle cose temporali come nelle spirituali, Rinaldo Concoreggi, vescovo di Vicenza, che giunse l’11 aprile a Cesena, dove una generale adunanza suoi provvedimenti soliti era stata tenuta per ordine di Carlo di Valois. Questi, inoltre, prima di partire da Firenze per la Sicilia, aveva, con diploma del 4 aprile 1302, prosciolto Forlì, Faenza, Imola, Bagnacavallo e Castrocaro da qualsivoglia pena in cui fossero incorse; diploma che fu letto nel consiglio generale di Faenza il 12 aprile, presenti il novello vescovo Matteo Eschini (succeduto a Lottieri, che fin dal 20 gennaio era stato trasferito dall’arcivescovo di Firenze) e il potestà Francesco Orsini. Tali larghe concessioni furono fatte in riguardo speciale di Maghinardo Pagani; il quale, il 19 agosto di quello stesso anno, infermo a morte nel suo castello di Benclaro in Val d’Amone, dettava il suo testamento (testimoni ed esecutore testamentario il vescovo Matteo), dichiarando di voler esser sepolto, in abito di monaco vallombrosano, Nella chiesa di s. Maria di Riciserio, oggi abbadia Sosinana.
E così chiudevasi la forte e battagliera vita di questo condottiero ed uomo politico, pieno delle virtù e delle colpe del tempo in cui visse, che ha la sua rude poesia. Affidato dal padre morente alla tutela del Comune fiorentino (contro le insidie dei conti Guidi e degli Ubaldini), si vuole che Maghinardo (il “ leoncel dal nido bianco “, lo chiama Dante, dallo stemma di lui, rappresentante un leone azzurro in campo bianco) fosse guelfo a Firenze e ghibellino in Romagna: onde sembrò meritare l’accusa dantesca, di mutar parte, ciò è, “ dalla state al verno “ (Inferno, XXVII, 50-51). Ma tale accusa fu dettata forse al fiero, implacabile, partigiano Dante Alighieri dal suo odio contro Bonifazio VIII, che Maghinardo aiutò, come vedemmo, nella crociata contro i Colonna, ed ai rappresentanti del quale in Romagna fu, con sottile accorgimento politico, ossequente, spesso più nell’interesse della parte ghibellina che suo. Tacciato d’astuzia e d’una tal quale slealtà (vizio comune, a que’ tempi fortunosi e difficili), parve inoltre il Pagani meritar il nome di “ diavolo “, che Dante non gli risparmiò nei notissimi diversi:

“ ben faranno i Pagan, da che il demonio
Lor sen girà; Ma non però che puro
Giammai rimanga d’essi testimonio “.
(PURG., XIV).

Lascio due figliuole: Andreuccia, moglie d’Ottaviano Ubaldini, e Francesca, sposata a Francesco Orsini, potestà di Faenza. Di lui sta raccogliendo preziose notizie, in una dotta monografia che è, mentre scriviamo, in corso di stampa, il dott. Pietro Beltrani .

1303

A Bonifazio VIII successe, il 22 ottobre 1303, Benedetto XI, mitissimo uomo, che provvide subito all’elezione d’un nuovo conte di Romagna nella persona di quel Tebaldo Brusati ch’era stato potestà di Faenza nel 1287, a sostituire il Concoreggi divenuto arcivescovo di Ravenna.

1304

E mentre il novello conte prendeva, il 5 febbraio 1304, sua dimora in Cesena, i capi ghibellini della provincia tenevano un congresso a Cervia, “ per rinnovare le solite confederazioni a comune difesa “contro il rettore, secondo il Tonduzzi (p.368), e secondo il Valgimigli (VI, 229) per riaffermare, invece, la pace conchiusa quattro anni prima. Ma intanto, nel luglio del detto anno, non lieta sorte s’avevano le milizie ausiliarie romagnole che, insieme con delle bolognesi, s’eran condotte in Toscana, per rimettere i Bianchi in Firenze, giacchè furono sconfitte da’ Neri alla Lastra, sopra Montughi.

1305-1306

Il 5 giugno del 1305 veniva eletto papa (a voglia del re Francia, Filippo IV il Bello) il francese Bertrando du Goth, co ‘l nome di Clemente V; ed in Faenza su l’entrare del 1306 riaccendevansi le antiche gelosie, e passioni, e lotte di parte. Incontratisi un giorno (pare il 4 gennaio), Presso la chiesa di s. Bartolommeo, un Guido degli Accarisii (o da Chiozano),e i suoi figli e seguaci, con Guido di Raule Zambrasi (che favoriva al presente la parte Manfreda, o comunque si era inimicato con l’Accarisia, divenendo guelfo) ed i suoi familiari, ne nacque un’aspra zuffa, in cui Guido di Raule rimase gravemente ferito, furono uccisi un Anastasino Guigliardini, un Lapo Borena fiorentino, e un Paganello da Casalecchio, famigliare del suo detto Zambrasi. Sparpasi in un baleno la notizia del grave tumulto, sopraggiunsero da Forlì e da Forlimpopoli molti armati, guidati da Scarpetta Ordelaffi; e sotto il patrocinio di quest’ultimo rientrarono in Faenza il 5 gennaio i fratelli Federico e Taddeo Accarisii insieme con Zesio, figliuolo del detto Federico, mentre il ferito Guido di Raule facevasi trasportare a Forlì, indi a Modigliana ed a s. Gaudenzo. In tutto ciò videro i guelfi un grave pericolo per sè medesimi; onde il conte Tancredi da Modigliana, capitano del popolo, se ne partì Nello stesso giorno, seguito dai Manfrediani; e il dì dopo il fratello suo Bandino, di parte ghibellina, era eletto podestà, e l’8 gennaio otteneva anche la carica di capitano, rimanendo così Faenza in piena balia della parte Accarisia.

1307

Sorte per tal modo discordie sempre più vive in Romagna, il Papa inviò, per la pacificazione ognora desiderata invano, il cardinal Napoleone Orsini, co ‘l pomposo titolo di legato di Bologna, Toscana, Romagna, Marca Trevigiana, etc. Etc. Giunto costui a Bologna, sembra non contestasse nessuno, accusandolo tanto i guelfi che i ghibellini di segreti accordi con la parte respettivamente avversa; chè anzi, scoppiato un tumulto, il cardinal legato fu assalito dal popolo nell’episcopio, ed a stento salvato dal potestà. Da Imola, ov’era fuggito, l’Orsini scomunicò allora i bolognesi; poi per Faenza se ne andò in Toscana, nella primavera del 1307; ma non fu più fortunato nell’impresa di rappacificare i Neri fiorentini con i fuoriusciti Bianchi, chè Firenze gli chiuse le porte in faccia, ed egli fu costretto a proseguire per Arezzo, donde rifugiossi poi a Chiusi ed a Cortona.
Frattanto Guido di Raule Zambrasi, Bernardino Cospari (o Gaspari?), Bernardino da Cunio, fuoriusciti guelfi di Faenza, riparatisi con Guido di Valbona in sicuro asilo a Lugo, chiedono ed ottengono da’ guelfi bolognesi aiuti a difesa di quel castello; e il 4 agosto muovono contro i faentini, e riescono a sconfiggerli ed a ricacciarli in città. E le ostilità mal sopite si dilatano rapidamente come un incendio. Il 6 agosto Malatesino Malatesti di Rimini e Uberto da Ghiacciuolo potestà di Cesena, guelfi, assediano il castello di Bertinoro, e da Scarpetta Ordelaffi e Zappetino Ubertini vengono respinti e sbaragliati; chiedono all’ora i Cesenati e i Rminesi soccorso a’ guelfi di Bologna, ma l’Ordelaffi e L’Ubertini, anche con milizie di Faenza, invadono il cesenate, fortificano Roversano, riaprono nel 1308 le ostilità contro Cesena. D’altro canto i fuoriusciti guelfi, riparati a lungo, il 24 luglio occupano Bagnacavallo (ed a loro si era furbescamente unito Francesco Manfredi); finché su ‘l finire dell’agosto di quell’anno, tra Riminesi, Bolognesi e Cesenati da un lato, e Faentini. Forlivesi, Imolesi e Bertininoresi dall’altro, si conchiude una pace, forse per i buoni uffici del nuovo conte della provincia, Raimondo d’Atone da Spello.

1308-1310

Par certo che questi, ottenuta la predetta pace, riducesse di nuovo Faenza a devozione della Chiesa, rimettendovi i guelfi; troviamo, infatti, che, sorto timore nei ghibellini per la presa di Ferrara fatta dalle armi pontificie il 28 agosto 1309, nella città nostra un Bartolotto Accarisii e un Sinibaldo Ordelaffi, levatisi a rumore con molti partigiani il 10 giugno 1310, cacciarono via Ponzio di Monte Acuto, Novello potestà e capitano del popolo insieme, imposto dal conte di Romagna, ferendo ed uccidendo altresì e guelfi, e ministri, e soldati pontifici. Il papa, forte sdegnato, risposi alla ribellione faentina con il commettere il governo della provincia alla maggior potenza ed autorità guelfa di allora, a Roberto d’Angiò, re di Napoli; Il quale invio in Romagna come suo sostituto il cavaliere Nicolò Caracciolo. E questi, Giunto nell’ottobre in Cesena, di lì si condusse nel castello di Oriolo, divenuto sede de’ rettori della provincia, e quivi riuscì a comporre in concordia i capi delle due fazioni (Guido di Raule, Francesco Manfredi, Guido Accarisii da Chiozzano, Scarpetta Ordelaffi), con i quali giunse di poi a Faenza, festeggiatissimo.

1311

Ma la comune allegrezza non tolse che il Comune di Faenza fosse sottoposto a gradi tributi, come ne è prova la notizia di due pagamenti (l’uno di 500, l’altro di ben 4000 fiorini d’ oro) fatti a Giovanni da Nocera, cavaliere e tesoriere di Roberto re, nel gennaio del 1311.
Come vicario di quest’ultimo successi, nel reggimento della Romagna, il cavaliere catalano Giliberto Scintilli ( o Ghiberto da Santiglia), Rigido d’animo e di modi; il quale, giunto nella provincia con buon nerbo di armati proprio mentre la prossima venuta d’ Enrico VII di Lussemburgo infiamma di speranza i ghibellini, prese a cacciare in bando od in prigione i partigiani dell’Impero. Per tal modo la parte ghibellina fu compressa e ridotta al silenzio in Faenza, Forlì, Imola, mentre d’altro canto s’innalzavano i guelfi; chè anzi il bollente catalano rettore il 29 agosto ingiunse da Rimini ai Faentini di far vigile guardia onde fossero impediti moti e radunanze de’ ghibellini romagnoli, o di Toscana, che perseguitati e sbandeggiati si rifugiavano tra i balzi dell’Appennino.
È facile, adunque, comprendere come nelle città nostra risorgenza è ora quasi per incanto la fortuna manfrediana; del che è prova chiarissima il fatto seguente. Nel tempo che Faenza era retta a parte ghibellina, ed i guelfi o Manfredi erano esuli, I vassalli di Francesco Manfredi erano stati costretti a pagare al Comune “ i censi, colte et ricognitioni “ spettanti a lui; ma tornato ora in città Francesco, ed acquistata rapidamente autorità e preponderanza, accampò pretese su i vecchi diritti: onde nel Consiglio generale, presenti il potestà, il capitano del popolo (sembra reggesse tale ufficio, nel 1311, un cotal Gallinerio), gli anziani, il gonfaloniere di giustizia (che or troviamo per la prima volta a capo degli anziani, probabilmente ad imitazione del Vexillifer Justitiae, istituito a Firenze con i famosi ordinamenti del 1293), i consoli dei mercanti (primo e notevolissimo indizio delle Corporazioni delle Arti), i cinquanta savi (consiglio di Credenza?), fu decretata una colletta od imposta “ per rilevar di danno — dice l’Azzurrini — alcuni nobili pensionarii del nobile messer Francesco manfredi, delle pensioni di 3 anni, pagate al Comune di Faenza “.

1312

L’anno 1312 fu poi famoso in tutta Italia per la discesa di Enrico VII, il quale, venuto a farsi interprete del ghibellinismo teorico dell’Alighieri, ossia venuto come pacificatore delle due fazioni sotto le grandi ali dell’Impero e del Papato (contenuti ciascuno ne’ confini della rispettiva autorità temporale e spirituale), finì co ‘l divenire ghibellino pratico, quale necessariamente la forza della realtà gl’ imponeva di essere; onde i guelfi si sollevarono ovunque contro di lui, radunandosi attorno al loro capo naturale, il re Roberto di Napoli, al quale la provincia di Romagna, stretta dal suo guelfissimo conte, invio trecento fanti e cinquanta cavalieri, raccolti dalle varie città. Ogniun sa poi come, ottenuta a stento in Roma la corona imperiale, Enrico fallisse nella sua impresa e morisse improvvisamente a Buonconvento l’anno dipoi, ripiombando nel nulla le speranze ghibelline.
Appartieni, inoltre, a questo tempo, la violenta persecuzione de’ cavalieri Templari, voluta da papa Clemente V, ab instigazione del suo re francese Filippo il Bello; ed al concilio provinciale ravennate, tenutosi appunto contro i Templari nel giugno 1311, intervenne il novello vescovo di Faenza, frate Ugolino de’ Minori Osservanti (succeduto a Matteo Eschini); al quale Ugolino il 1.° maggio del 1312 il papa inviava (come agli altri vescovi) l’annunzio della drecretata abolizione de’ suddetti cavalieri, i cui beni dovevano passare ai gerosolimitani.
Ma per ciò che più particolarmente riguarda la nostra Faenza, è necessario far qui ricordo di due civili contese del 1312: la prima, tra il Comune ed i conti Bandino e Guido di Battifolle da Modigliana, rispetto alla giurisdizione d’alcune terre di Val d’Amone (Marradi, Figazolo, Filetto, Marzana, Marzanella) che furon senz’altro da’ Faentini occupate, e che il 22 ottobre prestarono giuramento di fedeltà, essendo podestà e capitano del popolo insieme il bolognese Previdino Prendiparti; la seconda, tra il Comune e Simone di Belloc, novello vicario di Roberto re, il quale voleva imporre il podestà a suo piacimento, mentre Faenza reclamava i propri diritti, esercitati ab antiquo, e mantenuti anche dalla Chiesa, dopo la pace di Costanza (1183), dopo, ciò è, che l’imperatore ebbe riconosciuto a’ comuni la facoltà di darsi magistrati proprii.

1313

E siamo giunti, alla perfine, al 1313, data veramente memorabile per la città nostra, da che tutti gli storici e cronisti fanno connessa incominciare la signoria dei Manfredi, ora particolarmente protetti e favoriti da Roberto re di Napoli, prima quali capitani del popolo, e poi quali vicari ecclesiastici legalmente investiti dal pontefice. È facile pensare, infatti, come l’ufficio di capitano del popolo, per la continua ascensione della democrazia Borghese organizzatasi nelle arti, fosse andato sempre più aumentando da autorità e potenza, fino ad assumere in un certo modo il governo politico della città (specie dopo la tradizione di predominio conferitagli da Maghinardo Pagani, ch’era stato a lungo, come vedemmo, quasi arbitro del Comune); mentre d’altro canto pare che l’ufficio del podestà si restringesse poco a poco nella sola amministrazione della giustizia. Certo si è, ad ogni modo (e il cronista Zuccoli lo asserisce recisamente), che il capitano aveva ormai, in questo tempo, le armi di tutta la città in suo potere, ed a lui spettava il diritto di pace e di guerra, e sebbene non avesse titolo di signore, era però come padrone.
Così avvenne che, al dir dell’ Azzurrini (MITTARELLI, col. 325), l’astuto e valoroso Francesco Manfredi (quello stesso, purtroppo, che nel 1285 fu uno degli assassini del cugino Manfredo e del figlio di lui Alberghetto!) spianò la strada della signoria a sè ed ai suoi discendenti, e sotto il titolo modesto e apparentemente democratico di difensore del popolo, s’insediò nel palazzo pubblico, o del Popolo (posto a ricontro del palazzo del podestà, o del Comune), e soffocò la libertà comunale faentina. Scrive il predetto cronista che il Manfredi “ ascendit palatium pro defensione populi “il 2 gennaio del 1313, e che fu fatto capitano il 1.° gennaio dell’anno dopo; ma quest’ultima affermazione è smentita da una lettera del 27 giugno 1313, (Archivio arcivescovile di Ravenna) con la quale Rinaldo, Arcivescovo ravennate, ingiunge al vescovo di Faenza Ugolino di scomunicare il capitano del popolo Francesco Manfredi e gli anziani del Comune (Niccolò di Teodorico, gonfaloniere, Bonaventura da Cento, Pietro Caffarelli, Giovanni di Guiduccio dalla Collina, Mengo di Amatore, Viviano Assalti, Lippo di Sivirolo e Giacobuccio di Tommasino) quali usurpatori de’ beni del castello d’Oriolo, ove più a lungo fossero rimasti nell’ingiusto possesso. È dunque indubitato che il Manfredi fu eletto capitano nel 1313, mentre al Prendiparti predetto rimaneva la pura e semplice carica di potestà.
Era Francesco, come sappiamo, figlio d’ Alberghetto (od Alberichetto), il quale era a sua volta figlio d’un Alberico; e quest’Alberico (che fu potestà di Faenza nel 1211, dopo quell’Alberto da Mandello che ricordammo) nacque da Enrico, che nel 1167, insieme co ‘l fratello Guido, ospitò (come vedemmo) l’imperatore Federico Barbarossa in Faenza.
Giunti così al prefissoci termine di questo lungo e laborioso capitolo, non sapremmo ora come meglio chiuderlo se non con la seguente nota, gentile e graziosa ad un tempo, su l’abbigliamento delle dame faentine verso il 1300; la qual nota riportiamo testualmente dal cronista Zuccoli: “ Le donne di questo tempo, secondo la nota che è a me capitata alle mani, andavano in quest’abito. Portavano in capo un balzo di fila d’oro a modo d’ una ghirlanda; il collo rimaneva tutto scoperto senz’alcun ornamento, fin dove cominciava il busto della veste, la quale si cingeva sopra i fianchi con un cinto d’oro massiccio, ch’era adornato di gemme. La maggior parte portava questo busto coperto d’oro; il restante della veste era di tela di seta paonazza, o cremisina, e le maniche di detta veste erano aperte, e longhe fin a mezza gamba, e le portavano ordinariamente rovesciate, e rivolte sopra le spalle, come spesse volte portavano anche quelle delle camice, ch’erano similmente aperte, lasciando vedere le braccia ignude, le quali, oltrechè ornavano di monili d’oro bellissimi, le facevano anche artificiosamente bianche e delicate “.

 

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