Il pover’uomo e la giustizia

Ovvero “a uno pover’uomo di Faenza è rubata a poco a poco una pezza di terra: fa sonare tutte le campane e dice che è morta la ragione.
Novella tratta da “Trecentonovelle” di Franco Sacchetti.

Essendo signore di Faenza Francesco De’ Manfredi (1), padre di messer Ricciardo e d’Alberghettino, signore e savio e dabbene sanza alcuna pompa, che più tosto tenea costume e apparenza con onestà di grande cittadino che di signore, avvenne per caso che uno possente di quella città avea per confine una pezza di terra a una sua possessione, la quale era d’uno omiciatto non troppo abbiente; e volendola comperare, e più volte fattone punga (2), e non essendovi mai modo, perchè quello omiciuolo il meglio che potea la governava e mantenevasi la sua vita (3), e prima avrebbe venduto sè che quella, di che, non potendo questo cittadino possente venire a effetto della sua volontà, si pensò usare la forza. Però che, essendo una piccioletta fossa tra lui e quell’altro per confine, ogni anno quasi, quando s’arava la sua, pigliava, quando con un solco e quando con un altro per anno, uno braccio o più di quella del vicino.
Il buon uomo, benchè se ne accorgesse, non ardiva quasi dirne alcuna cosa, se non che con certi suoi amici secretamente si doleva; e tanto andò questa cosa oltre in pochi anni che, se non fosse uno ciriegio che trovò nel detto campo, che era troppo evidente a passarlo, però che ciascuno sapea il ciriegio essere nel campo di quello omicciuolo, e’ se l’avrebbe in poco tempo preso appoco appoco. Di che, veggendosi questo buon uomo così rubare, e scoppiando d’ira e di sdegno, e appena non potere non che dolersi ma dirne alcuna cosa, come disperato si muove un dì con due fiorini di moneta in borsa e va a tutte le gran chiese di Faenza, pregandoli e prezzandoli (4) a uno a uno che tutte le loro campane alle cotante (5) ore dovessono sonare, pigliando ora disusata dal vespro e dalla nona (6). E così seguì: chè religiosi ebbono que’ denari e al tempo (7) danno nelle campane gagliardamente, per forma che tutti quelli della terra dicono:
– Che vuol dire questo? -, guatando l’uno l’altro.
Il buon uomo, come uscito di sè, correa per la terra.
Ciascuno veggendolo dicea:
– O voi, ché correte? O tale, perchè suonano queste campane? –
Ed egli rispondea:
– Perché la ragione è morta -; e in altra parte dicea: – Per l’anima della ra-gione, ch’è morta – E così col suono delle campane gittò queso detto per tutta la terra, tanto che ‘l signore, domandando perchè sonavano, e in fine essendoli detto non saperne altro se non quello che ‘l tal uomo andava gridando, il signore mandò per lui, il quale v’andò con gran paura. Come il signore il vide, disse:
– Vie’ qua: che vuol dir quello che tu vai dicendo? E che vuol dire el suono delle campane? –
Elli rispose:
– Signor mio, io ve lo dirò, ma priegovi che io vi sia raccomandato. Il tale vostro cittadino ha voluto comprare un mio campo di terra, e io non glil’ho voluto vendere; di che, non potendolo avere, ogni anno, quando s’è arata la sua, ha preso dalla mia quando un braccio e quando due, tanto ch’egli è venuto allato a un ci-riegio che più là non può bene andare che non fosse molto evidente; che benedetto sia chi ‘l piantò, ché, se non vi fosse stato, e’ s’avea in poco tempo tutta la terra! Di che, essendomi tolto il mio da uomo sí ricco e sí possente, e io essendo, si può dire, un poverello, non sanza gran pena sostenuta e soperchio dolore, mi mossi come disperato a salariare quelle chiese, che hanno sonato per l’anima della ragione ch’è morta -.
Udendo il signore il motto di costui e la ruberia fattali dal suo cittadino, mandò per lui; e saputa e fatta vedere la verità del fatto, fece restituire la terra sua a questo povero uomo, facendo andare là misuratori, e darli di quella del suo possente allato a lui tanta quanta tolta avea della sua; e fecegli pagare i due fiorini che avea speso in fare sonare le campane.
Questa fu gran giustizia e gran benignità di questo signore, come che colui meritasse peggio; ma pur, ogni cosa computata, ella fu gran virtù la sua, e la iustizia del povero uomo non fu piccola; e dove dicea ch’elle sonovano per la ragione che era morta, e’ si potrebbe dire ch’elle sonorono per far resuscitare la ragione. Le quali oggi potrebbono ben sonare ché ella resuscitasse! (8)

(1) Francesco De’ Manfredi: signore di Faenza dal 1313 al 1327 (anno in cui venne spodestato dal figlio Alberghettino, decapitato poi nel 1329) e morì nel 1343. Ricciardo, l’altro figlio di Francesco, fu signore di Faenza e di Imola dal 1334 al 1348.
(2) punga: pugna, lite (forma metatetica d’estrazione popolare: cfr., ad es., Dante, Inf. IX 7: “pur a noi converrà vincere la punga”)
(3) la governava …. vita: la coltivava e ne ricavava di che vivere. Per governare nel senso di “coltivare” cfr. Volgarizzamento di Palladio, Verona 1810, I 6.
(4) pregandoli e prezzolandoli: pregando e pagando i parroci di quelle chiese.
(5) cotante: tali.
(6) disusata … nona: diversa da quelle in cui si suonavano abitualmente le ore, al fine di attirare l’attenzione della gente.
(7) al tempo: al tempo stabilito.
(8) Tra i testi più vicini alla presente novella sono, oltre ad un racconto di Il Pecorone di Ser Giovanni, l’Esprit de nos ayeux di Lecoy de la Marche e l’Esopo di Francesco del Tuppo.

NOTA INTRODUTTIVA DI CLAUDIO CASADIO

Non è difficile immaginare la campagna faentina del milletrecento. Terreni e campi coltivati che si alternavano a selve e zone ancora boscose. Campi che richiedevano tanto lavoro per regolare i fossi e lo scolo delle acque. Abitazioni che erano tuguri di legno con paglia nei tetti. Qualche rara casa era fatta di pietra.
La campagna era lavorata con fatica, in un modo che conosciamo poco e con rapporti tra gli uomini assai aspri. C’era chi lavorava la terra tutti i giorni, per ricavarci il cibo per la famiglia, c’erano i prepotenti che usavano la forza, c’era chi comandava su estese proprietà e c’era chi viveva con il furto. A rendere tutto più difficile erano le guerre, le carestie e le epidemie che molto spesso bruciavano molte vite e anni di lavoro in pochissimo tempo.
Le ingiustizie e i soprusi erano frequenti. E quanto raccontato nella novella di Franco Sacchetti, ambientata nella campagna faentina all’inizio del trecento, può dunque non essere solo il frutto di una creazione letteraria. La vicenda, almeno nella parte relativa ai soprusi subiti dal povero contadino, può essere reale. Più difficile è dire se realmente il signore trecentesco di una città, nel caso appartenente alla famiglia dei Manfredi, fosse realmente sensibile alle richieste di giustizia da parte dei suoi cittadini meno potenti.
Nel concludere positivamente il racconto Franco Sacchetti non dimentica infatti i suoi rapporti con Faenza e con la famiglia Manfredi. Astorgio I Manfredi, signore della città dal 1377 al 1405 caratterizzatosi anche per le sue iniziative di mecenate e rimatore, nel 1396 nominò Podestà della città proprio Sacchetti e successivamente mantenne con il letterato rapporti epistolari.
La novella non può quindi essere disgiunta da questo rapporto, ma neanche si può ritenere forte od esclusivo il condizionamento dato da questo rapporto. In altra novella un Manfredi viene descritto come tiranno e malvagio. Il racconto resta quindi inserito nel lavoro letterario di Sacchetti caratterizzato, come ha ricordato Alessandro Montevecchi, da una spinta moralistica affiancata da una più giovanile vena edonistica, disimpegnata e «canterina» nel filone della tradizione trecentesca di Boccaccio e Pucci.
La conclusione positiva della vicenda, grazie all’intervento del signore faentino che ascolta le giuste proteste del povero contadino e interviene per ristabilire la giustizia, permette però un altro collegamento letterario: quello con il pensiero illuministico e con una spinta letteraria decisa alla condanna del potere assoluto, per invitare alla tolleranza e allo sviluppo delle riforme e della libertà.
La novella del Sacchetti, pur partendo dalla denuncia dei soprusi dei potenti, spesso impuniti, lascia aperta la speranza di giustizia e la possibilità che ai soprusi possa essere posto rimedio.
Certo non è privo di rilievo il fatto che la giustizia venga solo dopo ad una iniziativa ingegnosa. Il contadino, deciso a reagire contro il sopruso che ha superato la soglia di tollerabilità, ricerca alleanze e si muove diffon-dendo messaggi, alla ricerca di consenso. Tra gli alleati del contadino ci sono le chiese che, pur facendosi pagare, si mettono a disposizione e il consenso viene ottenuto lanciando per la città un urlo che diventa un vero e proprio messaggio pubblicitario capace di creare una positiva reazione.
Con la vittoria della protesta e il riconoscimento dei diritti dell’ingegnoso pover’uomo, l’iniziativa ha comunque successo. In questo modo la novella, più che denunciare la morte della ragione, consente di avere speranza nella giustizia e nei risultati dati da un equo esercizio del potere. Aggiungendo implicitamente un invito: la protesta e la lotta come metodo per ottenere risultati altrimenti negati.

Claudio Casadio
Febbraio 1994.

INDICAZIONE BIBLIOGRAFICA

La novella è tratta da F.SACCHETTI, «Il trecentonovelle», (a cura di) ANTONIO LANZA, Firenze 1990, pp. 472-473. Da questa edizione sono tratte anche le note al testo della novella.
Per inquadramenti storici sulla novella ambientata a Faenza e i rapporti tra l’autore e la città manfreda si veda R.PALADINI, Franco Sacchetti e Astorgio I Manfredi, in «Studi Romagnoli», VIII, 1957, pp. 189-197; AA.VV. Faenza nell’età dei Manfredi, Faenza 1990, ivi in particolare A.MONTEVECCHI, Cultura e corte manfrediana, pp. 100-104.
Uno studio di estremo interesse per l’esame della Faenza del trecento, è in S.GELICHI, La ceramica a Faenza nel trecento. Il contesto della Cassa Rurale ed Artigiana, Faenza 1992.
Ampi studi sull’epoca sono in A.VASINA, Romagna medioevale, Ravenna 1970; J.LARNER, Signorie di Ro-magna, Bologna 1972; M.MONTANARI, Le campagne medioevali. Strutture produttive, rapporti di la-voro e sistemi alimentari, Torino 1984; V.FUMAGALLI, Città e campagna nell’Italia medievale, Bologna 1985.

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